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La preoccupante inconsapevolezza di essere soft-targets

La percezione del rischio e la realistica valutazione quantitativa dell’esposizione ad esso, può variare all’interno di un contesto sociale pur trovandoci nella medesima dimensione storica e geografica; le motivazioni di tale distorta percezione possono avere diversa natura, sia essa storica, sociale, ideologica, politica o addirittura religiosa e spesso conducono inconsapevolmente gli attori, siano essi persone fisiche, Aziende o addirittura Enti, a rappresentare dei cosiddetti soft-targets a beneficio di organizzazioni di matrice sia criminale che terroristica.

In particolare tutto il comparto ospedaliero, l’industria farmaceutica ed i laboratori presenti negli Atenei rappresentano dei soft-targets assoluti, nell’accezione di un canale a doppio flusso funzionale a manifestare all’interno una minaccia e attivo per veicolare all’esterno dati, conoscenze e sostanze di varia tipologia.

Da una disamina purtroppo estremamente semplice è possibile notare quanto il personale e le strutture facenti parte di questi contesti siano estremamente vulnerabili qualora assunti quali obiettivi di una minaccia fisica proveniente dall’esterno: la totale assenza di controlli di sicurezza, con ovvio riferimento alle realtà ospedaliera ed universitaria, non ostacolerebbe minimamente eventuali azioni violente nei loro confronti.

Tale ipotesi purtroppo non appartiene ad elucubrazioni fantastiche né ad una cinica volontà di diffondere paura e preoccupazione; nel mese di Marzo 2017 infatti, approfittando del “ventre molle” di una struttura ospedaliera, terroristi affiliati allo Stato Islamico (IS) e vestiti da personale medico hanno attaccato con armi da fuoco corte e lunghe il più grande ospedale militare di Kabul, denominato Sardar Daud e con una capacità di 400 posti letto, trucidando ben trenta persone e ferendone una cinquantina.

I militanti, dotati di armi leggere e granate, dopo aver provocato la detonazione di un ordigno in corrispondenza del cancello d’ingresso alla struttura, si sono fatti strada tra i pazienti e lo staff medico e paramedico dell’ospedale aprendo barbaramente il fuoco contro chiunque si trovasse di fronte a loro.

Tale attacco, oltre a scuotere il mondo intero in virtù del target prescelto dagli assalitori, cioè un luogo ed una struttura considerate convenzionalmente immuni da ostilità, ha rappresentato una novità sia dal punto di vista strategico che tattico in quanto, per la prima volta, lo Stato Islamico ha attaccato un ospedale per di più utilizzando una tipica tattica talebana, ovvero il produrre una forte esplosione all’ingresso per poi farsi strada a mezzo di colpi d’arma da fuoco.

Abbiamo definito in precedenza alcuni soft-targets come assoluti, ovvero caratterizzati da un canale a doppio flusso: in riferimento alle strutture ospedaliere basti pensare alla facilità di reperimento, da parte di eventuali malintenzionati, di un ampio panorama di sostanze e materiali racchiusi all’interno dei rifiuti speciali pericolosi che, spessissimo, vengono stoccati in luoghi non chiusi e non presidiati, quantomeno a mezzo di sistemi video a circuito chiuso.

Il filantropo e fondatore di Microsoft Bill Gates fece notare, in un suo intervento alla Munich Security Conference tenutasi nel mese di Febbraio 2017, come l’ingegneria genetica possa rappresentare una potenziale arma di distruzione di massa al servizio di organizzazioni terroristiche; il preoccupante grido d’allarme, indotto dal fatto di quanto si ignori o quantomeno si sottostimi la stretta relazione tra Sicurezza internazionale e la cosiddetta Health Security, ha paventato l’ipotesi che future epidemie, o addirittura pandemie, possano essere originate usando, ad esempio, una versione sintetica del virus del vaiolo.

Una proiezione attendibile e tutt’altro che visionaria sviluppata da alcuni epidemiologi impegnati a livello internazionale, ha dimostrato come un agente patogeno aereo, caratterizzato da un’elevata capacità di movimento, sia in grado di uccidere più di trenta milioni di persone in un intervallo temporale inferiore ai dodici mesi.

Le succitate ipotesi e proiezioni sono purtroppo ben lontane dall’appartenere ad un’ottica catastrofista; sono frutto di analisi oltremodo realistiche le quali, inoltre, fanno notare quanto organizzazioni terroristiche come lo Stato Islamico siano alla ricerca non solo di attrezzature e laboratori per sviluppare pienamente i propri progetti, ma anche e soprattutto di competenze tecniche e conoscenze specifiche: tutto ciò, se associato alla vulnerabile e inconsapevole realtà di alcuni soft-targets, pone quesiti multipli in merito ai sistemi di protezione, alla possibilità di rendere fruibili informazioni e dati, nonché alla gestione e alla tracciabilità di molteplici sostanze cosiddette dual use.

Nel richiamare sostanze e materiali cosiddetti dual use, il palese riferimento è al settore dell’industria chimica e, in particolare, a quello dell’industria farmaceutica; tali facilities, spesso caratterizzate da un disequilibrio strutturale per il quale prevalgono analisi ed azioni volte agli aspetti di Safety piuttosto che, anche e non solamente, a quelli di Security, sono produttrici di precursori e sostanze funzionali ad esser veicolate quali minacce o quali diversivi tattici ad attacchi differenti.

L’esempio del potente analgesico fentanyl è rappresentativo di un’ampissima categoria di prodotti e sostanze: si tratta di un oppioide sintetico comunemente usato come anestetico in associazione con altre sostanze per interventi chirurgici e manovre cosiddette invasive; gli effetti del fentanyl sul sistema nervoso centrale sono diversificati e la sua azione diretta sui centri respiratori provoca una profonda depressione respiratoria con conseguente rallentamento della frequenza respiratoria.

Inoltre, se nebulizzato ed inalato provoca una risposta rapidissima e, qualora si ecceda con la concentrazione o con la frequenza di somministrazione, gli effetti si estendono rapidamente ben oltre il cosiddetto profilo di sicurezza del farmaco.

Il fentanyl in qualità di sostanza dual use, con le sue caratteristiche ed i suoi effetti quindi non sempre positivi, è tristemente balzato alle cronache nell’ottobre del 2002 quando, una quarantina di militanti armati ceceni appartenenti al movimento separatista, sequestrarono ben ottocentocinquanta civili all’interno del Teatro Dubrovka di Mosca attivandosi durante il secondo atto della rappresentazione in programma.

Il gruppo di sequestratori, formato per la metà da combattenti donne nel pieno rispetto della tradizione separatista cecena, aveva dislocato diverse cariche di esplosivo al plastico all’interno del teatro e fornito alla maggior parte dei combattenti cinture e corpetti da attentatore suicida, un letale cocktail costituito da esplosivo al plastico, sfere d’acciaio e schegge sia metalliche che di vetro.

Nei giorni successivi all’evento, i media entrarono in possesso di una videocassetta contenente il seguente messaggio: “Ogni nazione ha diritto al suo destino. La Russia ha sottratto questo diritto alla Cecenia e oggi vogliamo rivendicare questi diritti, che Allah ci ha dato, nella stessa maniera in cui li ha dati a qualsiasi altra nazione. Allah ci ha dato il diritto alla libertà e il diritto a scegliere il nostro destino. Gli occupanti russi hanno inondato la nostra terra con il sangue dei nostri bambini. Le persone sono ignare degli innocenti che stanno morendo in Cecenia: i leader religiosi, le donne, i bambini e i deboli. Quindi, abbiamo scelto questo approccio. Questa scelta è per la libertà del popolo ceceno e non c’è differenza dove moriamo, quindi abbiamo deciso di morire qui, a Mosca. E porteremo con noi le vite di centinaia di peccatori. Se moriamo, altri verranno e ci seguiranno. I nostri fratelli e le nostre sorelle disposti a sacrificare le loro vite secondo il modo di Allah, per liberare la loro nazione. I nostri connazionali sono morti ma la gente dice che loro, i nostri connazionali, sono terroristi e criminali. Ma la verità è che la Russia è il vero criminale”.

Dopo un vero e proprio assedio durato per più di due giorni, le forze speciali russe optarono per un utilizzo tattico del fentanyl, pompandolo all’interno del sistema di ventilazione dell’edificio, al fine di poter effettuare in sicurezza un’irruzione funzionale alla liberazione degli ostaggi; testimoni oculari raccontano che, dopo circa venti minuti dall’inizio dell’operazione, una donna uscì dall’ingresso principale del teatro, incoraggiando in tal modo indirettamente i militari a prolungare per ulteriori quaranta minuti il pompaggio della miscela gassosa, in modo da poter avere la certezza che tutti gli occupanti fossero stati addormentati: il risultato dell’utilizzo improprio di fentanyl fu l’uccisione di circa duecento ostaggi civili e di quasi la totalità dei combattenti ceceni.

L’analisi di quanto accaduto nel corso degli anni in relazione all’impiego improprio di sostanze duali, unitamente ai warnings che periodicamente vengono lanciati dalla Comunità tecnico-scientifica internazionale in merito a minacce o potenziali tali, hanno da tempo generato l’aspettativa che ci sia quanto prima un utile incremento in termini di Awareness all’interno di strutture e Organizzazioni definite soft-targets, con un conseguente aumento consapevole della percezione del rischio sia esso correlato a fattori diretti che indiretti.

A cura di: Claudia Petrosini e Stefano Scaini

Claudia Petrosini è un’Ufficiale superiore di stato maggiore della Marina Militare, nata a Roma nel 1978. Laureata nel 2006 in Scienze politiche ad indirizzo politico internazionale presso l’Università di Pisa, ha svolto servizio sulle Unità maggiori di superficie quale Ufficiale specializzato in radar e telecomunicazioni per un decennio. Nel 2015 ha conseguito un Master in studi strategici e sicurezza internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Nel novembre 2016 con una tesi dal titolo “Infrastrutture critiche italiane: pervenire ad una mappatura territoriale dei rischi CBRN” ha conseguito il master in protezione strategica del sistema paese presso la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale. Da settembre 2016 è impiegata presso lo Stato Maggiore della Difesa, dove si occupa principalmente degli aspetti di policy nazionale, NATO e dell’Unione Europea relativi alla difesa chimica, biologica radiologica e nucleare e contro-proliferazione.

Stefano Scaini opera professionalmente nel settore dei materiali energetici dal 1993 fornendo servizi, consulenze e contributi didattici nei settori della sicurezza, delle tecnologie e delle applicazioni sia civili che militari dei materiali esplodenti, con particolare riferimento agli aspetti “dual use” e a quanto afferente e correlato ai settori Sicurezza e Protezione di strutture ed infrastrutture critiche. Coautore dei volumi dal titolo “Calcoli di dinamica dell’esplosione” ed “Esplosivi e security”, Autore di pubblicazioni in campo nazionale ed internazionale, nonché collaboratore di Networks e Stampa specializzata, è Consulente e Formatore presso Security managements di Società nazionali e Multinazionali, Enti, Associazioni ed Istituti di ricerca e formazione accreditati. Docente presso NATO, UN, Eurojust, la Missione Diplomatica degli Stati Uniti d’America, le Forze Armate e di Polizia Italiane ed Atenei quali Franklin University Switzerland, Politecnico di Torino, Università degli Studi di Bologna “Alma Mater”, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Università degli Studi di Milano-Bicocca e Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” in collaborazione con l’Università Statale della Repubblica di San Marino. Consulente a disposizione della Presidenza del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, è stato segnalato tra le nominations dei “World Demolition Training Awards 2010” per la didattica specialistica erogata ai Nuclei Artificieri antisabotaggio e Polaria della Polizia di Stato Italiana.

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