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Resilienza 2.0 e Safety Inclusiva

Ci sono due termini che da qualche anno vengono usati e ripetuti ma quasi mai messi fra loro in relazione: resilienza e safety inclusiva (termine ancora semi sconosciuto). Oggi, a modo mio, cerco di collegarli fra loro, facendoli discendere in modo diretto dal concetto di sviluppo socio economico, come lo propose uno dei padri dell’economia dello sviluppo, l’economista brasiliano Celso Furtado.

“Vale definire lo sviluppo economico come un processo di cambiamento sociale attraverso il quale un numero crescente di bisogni umani – preesistenti o creati dal cambiamento stesso – vengono soddisfatti mediante la diversificazione del sistema produttivo decorrente dall’introduzione di innovazioni tecnologiche[1]

Parto dal concetto di sviluppo perché è quello che spiega lo stato attuale delle cose, ovvero rappresenta la realtà in cui siamo collocati e con cui ci confrontiamo ogni giorno… Rappresenta quell’insieme di processi che garantiscono con il loro avverarsi costante nel tempo la nostra routine, il nostro sistema di riferimento.

La cosa più importante per l’essere umano.

La routine è così importante da avere come sinonimo “normalità”; così importante da meritare una sezione a parte nella gestione di un’emergenza sotto il nome di “percorso di ritorno alla normalità”. Che, implicitamente, rappresenta l’elasticità di un sistema socio economico, la sua capacità di assorbire un evento emergenziale che, negli ultimi anni, prendendo in prestito un termine ingegneristico è stata chiamata Resilienza.

La definizione di Resilienza, rispetto a quella di sviluppo è relativamente più semplice, essa consiste nella capacità di un sistema di assorbire un evento emergenziale e tornare (o perlomeno cercare di tornare) alla normalità. E’ un termine per così dire “antropomorfizzato”, nasce in campo ingegneristico e poi è stato “adottato” in ambiente socio economico. Volendolo ulteriormente connotare spesso si parla di “individuazione delle interdipendenze” e “mitigazione dell’effetto Domino” come di un insieme di attività atte a innalzare la resilienza del contesto osservato.

Safety inclusiva, invece, è un termine che ho iniziato ad usare da un paio d’anni, ed a cui mi sono affezionato, dopo aver partecipato all’evoluzione di una piattaforma tecnologica affinché permettesse l’inserimento nel Piano di Emergenza Comunale e di Protezione Civile degli elenchi di tutte quelle persone che, in caso di emergenza, devono essere aiutate prioritariamente e messe al sicuro (dai disabili agli anziani passando per le donne in gravidanza ed a tutti coloro che sono momentaneamente dipendenti dall’aiuto di altri).

Cercherò di collegare fra loro questi concetti apparentemente slegati per ottenere una chiave di lettura (modello) che realmente rappresenti con chiarezza la realtà con cui ci confrontiamo ogni giorno e, soprattutto, dia chiaro sentore del percorso logico che potrebbe far coincidere la Resilienza 2.0 con la Safety Inclusiva.

Per mettere la cosa nei binari giusti è bene parlare anzitutto della Resilienza: la definizione che ho proposto va un po’ approfondita perché, come ho già detto, la resilienza è una qualità “ingegneristica” e come tale va “umanizzata”. Creare sistemi resilienti è un lavoro a più dimensioni: da un lato sono le infrastrutture e le reti che devono saper assorbire un impatto e garantire in tempi più o meno brevi il ritorno alla normalità e questa può essere definita “resilienza di sistema”, per cui sono possibili molteplici approcci. D’altro canto c’è un’entità che accetta solo una resilienza “assoluta e totale”, del tutto inelastica: l’essere umano.

Per l’uomo è oggettivamente poco percorribile l’elasticità, non ci sono compromessi possibili: la vita in tutte le sue componenti va tutelata al meglio.

Volendo fare un paragone: la resilienza di sistema è come un canneto le cui canne si piegano in armonia quando c’è la bufera ma tornano a svettare dritte quando il vento si placa, mentre la resilienza di un gruppo di persone o comunità è rappresentabile come un faro inamovibile con qualsiasi mareggiata, tsunami compreso, non sono ammessi a priori compromessi o elasticità, sinonimo di danni più o meno permanenti alla salute.

Possiamo, quindi, rappresentare il nostro quotidiano partendo da questo elemento di debolezza: ci sono due “componenti” che possono permettersi due resilienze diverse: l’infrastruttura che può assorbire shock immensi e ricominciare a fare (prima o poi) le cose che faceva prima (un esempio fra tutti i tracolli in borsa o un’esondazione, ma anche Chernobyl e Bhopal, in cui il “poi” accadrà fra migliaia di anni), e le persone, collocate all’interno dell’infrastruttura, che di shock ne possono assorbire decisamente di meno e per cui la mitigazione ha margini oltremodo limitati.

Un po’ come viaggiare in automobile, per quanto la macchina sia ben fatta ci sono dinamiche e situazioni che, in caso di incidente, impattano anche chi è nell’automobile. Ci sono dinamiche che possono alterare il modo di esserci e viaggiare, da qui la grande enfasi comunitaria sul concetto di infrastrutture critiche ed effetto domino.

Dopo aver delineato la resilienza che è il nostro scenario di riferimento, ovvero quello che ci permette di capire fin dove riusciamo a confrontarci con un evento emergenziale e ad avviare un percorso che, nel tempo, permetta il ritorno alla normalità, aggiungiamo un elemento qualitativo e connotante: come una comunità tutela e protegge i propri membri e, in particolare, le categorie deboli.

La safety inclusiva, per certi versi è una declinazione “specifica” della resilienza. Essa consiste di tutte quelle misure e quei processi atti a garantire dei livelli minimi di safety in grado di permettere ad ogni membro della comunità il giusto livello di tutela della salute (intesa in senso lato).

In questo caso, gli esempi sono molti: è inclusiva la città in cui non ci sono barriere architettoniche, in cui sono previste misure specifiche per la condivisione del “ben vivere” con tutti coloro che lo desiderano, in cui le informazioni atte a garantire una corretta interazione fra gruppi con culture differenti (definita schismogenesi) sono tradotte e chiare, in cui vivere in periferia o, comunque, isolatamente, non significa assenza di azioni mitigatrici previe, o di procedure operative ben definite atte a tutelare la salute dei residenti come, ad esempio, in caso di esondazioni o bombe d’acqua.

E’, infine, realmente inclusivo quel contesto in cui sono previste misure atte a proteggere chi, partecipando ad una manifestazione o un evento, può subire danni maggiori per l’appartenenza a categorie deboli (bambini, anziani, persone diversamente abili).

La safety inclusiva, quindi, finisce per diventare la linea guida nel processo di costruzione della resilienza: è quell’insieme di obiettivi, da raggiungere in più contesti, che raccordati e sommati fra loro decretano quanto sia realmente possibile raggiungere e preservare l’ultimo uomo, garantendogli la giusta protezione, un ruolo e una presenza nelle fasi emergenziali per restituirgli la massima potenzialità d’espressione alla fine del percorso di ritorno alla normalità.

Riprendiamo la definizione di Celso Furtado:

“Vale definire lo sviluppo economico come un processo di cambiamento sociale attraverso il quale un numero crescente di bisogni umani – preesistenti o creati dal cambiamento stesso – vengono soddisfatti mediante la diversificazione del sistema produttivo decorrente dall’introduzione di innovazioni tecnologiche[2]

Il punto che qualifica una società è la capacità di soddisfare bisogni (non aspirazioni) di una comunità che via via nel tempo si evolve e tende a ridefinire costantemente le modalità di partecipazione dei suoi componenti garantendo degli standard di vita minimi (bisogni che sono in costante evoluzione, esattamente come la linea di demarcazione fra povertà assoluta e relativa) nel modo più possibile diffuso e consolidandoli sia a livello strutturale (resilienza) che a livello sociale (safety) senza porre barriere alla condivisione del ben vivere (safety inclusiva).

La resilienza complessiva di un sistema è connotata dalla sua capacità di salvaguardare la normalità, il quotidiano di chi lo “abita”, evitando barriere al soddisfacimento dei bisogni via via nascenti. Essa è strettamente correlata alla capacità di quel sistema di porre in essere misure tali da raggiungere sempre l’ultimo uomo e coinvolgerlo nel percorso di salvaguardia della normalità, quindi dalla capacità di interpretare la safety in modo realmente inclusivo, perché dopo un black-out è fondamentale ritornare ad ascoltare le storie che ci raccontano i nonni perché i volontari della Protezione civile, avvertiti dalla ASL che si era confrontata con la Polizia Locale ed un’Associazione di Volontariato, avevano installato un gruppo di continuità al loro respiratore.

NOTE

  • [1] Celso Furtado, Dialectica do desenvolvimento, Rio: Fundo de Cultura, 1964, p 27.
  • [2] Celso Furtado, Dialectica do desenvolvimento, Rio: Fundo de Cultura, 1964, p 27.

 

A cura di: Francesco Maria Ermani

Faccio l’imprenditore e sono specializzato nella gestione delle crisi e nella realizzazione di soluzioni per l’individuazione delle minacce presenti in un determinato territorio e la prevenzione delle emergenze (rischio sismico, geologico, idrogeologico, incidente, incendio). Sono laureato in Economia dello Sviluppo e specializzato in Sociologia dello Sviluppo presso la Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma, dove ho insegnato per 4 anni come Assistente e Ricercatore sul Campo.

Appena laureato ho iniziato un percorso manageriale nel mondo dell’ICT che, tra l’altro, mi ha visto dirigere due aziende di informatica di medie dimensioni e coordinare commesse di notevoli dimensioni per la Pubblica Amministrazione Centrale e Locale.

Negli ultimi dieci anni mi sono occupato di infrastrutture critiche e rilevanti, risk e crisis management con consulenze presso la Fondazione Ugo Bordoni ed il Dipartimento della Protezione Civile, ed ho fatto parte del Progetto Domino sulle infrastrutture critiche insegnando anche Comunicazione nell’Emergenza nel “Master di II livello Rischio “CBRN” presso la Facoltà di Ingegneria di Tor Vergata.

Ho conseguito un Master in Europrogettazione cui si affianca il diploma in Europrogettazione ottenuto dopo il corso di Alta Formazione in Europrogettazione presso la Facoltà di Economia dell’Università La Sapienza di Roma.

Da maggio 2017 sono responsabile della Business Unit “Safety and Security” di una SpA, con sede a Roma, che realizza e propone soluzioni per la prevenzione delle emergenze e la sicurezza.

Nel 2008 ho fondato una srl di cui sono presidente che è specializzata in progetti innovativi e consulenze in materia di crisis management.

Il mio CV completo, con tutti i progetti cui ho partecipato è sul mio sito/blog e su linkedin

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