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La formazione sulla sicurezza: un modello di longlife learning da esportare

Premessa

Il dibattito e le azioni conseguenti messe in atto alla luce del fenomeno degli infortuni sul lavoro, la produzione legislativa di questi ultimi anni che ha visto il decreto legislativo 106 quale ultimo atto in ordine di tempo, l’impegno delle forze politiche, imprenditoriali e sociali nel contrasto dei rischi nel mondo del lavoro, stanno producendo risultati tangibili.

Tuttavia gli eventi conseguenti alla pandemia da Covid-19, che hanno causato complessivamente ad inizio dicembre 1.480.874 casi confermati e 52.028 decessi, ripropongono il tema della prevenzione e sicurezza, oltre che degli ambienti di lavoro, anche negli ambienti di vita.

La Direttiva del Consiglio Europeo n. 89/391/CEE, del 12 giugno 1989, individuava puntualmente la necessità di porre in atto azioni preventive che tutelino i cittadini dai pericoli esistenti negli ambienti di vita e di lavoro. Da allora molto si è fatto in relazione alla prevenzione dei rischi di natura lavorativa ma poco è avvenuto per prevenire e ridurre tutta una serie di rischi che sono in agguato negli ambienti di vita comune.

Spesso accusiamo il destino dell’accadimento di eventi dannosi sostenendo l’imprevedibilità della disgrazia. Analizzando i fatti con maggiore lucidità ci accorgiamo, a posteriori, che molte cose si sarebbero potute fare per prevenire l’evento, o almeno per mitigarne le conseguenze sulla salute psico-fisica o sulla vita stessa.

La formazione sulla sicurezza sul lavoro: Un modello di long-life learning

Ormai possiamo dire che la formazione sui temi della salute e sicurezza degli ambienti di lavoro, dopo anni di impegno sociale e civile, è divenuta un punto fermo che viene riconosciuto come fattore di civiltà e sviluppo competitivo dal mondo produttivo e dalle forze sociali e politiche dei paesi occidentali.

Anche se non sempre adottate e condivise del tutto, le normative sulla salute e sicurezza dei lavoratori vengono rispettate e adottate dagli imprenditori e dai produttori delle macchine ed attrezzature produttive. La formazione degli attori della produzione, datori di lavoro e lavoratori, un tempo vissuta come orpello e “perdita di tempo produttivo”, sta entrando sempre più nella cultura imprenditoriale italiana come fattore di sviluppo e di competitività aziendale.

Si sta inoltre facendo strada tra tutte le parti in causa, imprenditoriali, lavorative e sociali, la convinzione che la formazione su queste tematiche non deve e non può ridursi ad una mera erogazione di notizie e informazioni “una tantum”, solo per soddisfare un dettato normativo. La formazione sulla salute e sicurezza degli ambienti di lavoro è, e deve essere sempre più, considerata come parte integrante dell’attività lavorativa in quanto costituisce presupposto e condizione di competitività di qualsiasi attività imprenditoriale. Deve divenire patrimonio culturale di tutti i cittadini oltre che di ciascun lavoratore che entra nei processi produttivi.

Da qui deriva la consapevolezza e l’esigenza che la cultura della salute e sicurezza degli ambienti di lavoro, i cui principi e contenuti sono in costante evoluzione a seguito della continua modifica dei processi produttivi e tecnologici, sia sempre e ininterrottamente sottoposta ad un processo di adeguamento e attualizzazione. Ciò comporterà la necessità di ricorrenti e costanti azioni formative nei confronti degli attori.

E’ questo un caso tipico di long-life learning che, ormai, sta divenendo una metodologia usuale nei processi formativi degli adulti.

I mutamenti degli scenari sociali, produttivi e culturali del modo, la ormai consolidata strutturazione in social network delle nostre relazioni derivante dalla diffusione sempre più capillare degli strumenti di comunicazione di massa, rende impossibile sottrarsi per chiunque a processi di formazione continua, a volte inconsapevole, che ci accompagna e ci accompagnerà per tutto il corso della nostra vita.

La necessità di diffondere e consolidare negli ambienti di lavoro una cultura della salute e sicurezza dei lavoratori ha reso possibile la affermazione in questo ambito di normative che prevedono programmi e metodologie di formazione che seguano il lavoratore e l’imprenditore dal loro ingresso nel mondo della produzione sino a quando decideranno di uscirne.

Metodologie e programmi di formazione che dovranno essere adeguati ed aggiornati in relazione a tutte le modifiche strutturali e di processo che avverranno negli ambienti di lavoro, che dovranno essere predisposti per verificare l’efficienza ed efficacia delle azioni formative e la loro capacità di assicurare la salute e sicurezza degli ambienti di lavoro.

Una formazione continua per aiutarci a contrastare i “rischi di vita”

Come sottolineato in premessa, i rischi degli ambienti di lavoro non sono i soli a minacciare la nostra integrità psico-fisica. Negli ambienti che identifichiamo come “di vita” si annidano gran parte dei rischi che dobbiamo essere in grado di fronteggiare in ogni istante della nostra vita.

Dai più palesi, l’ambiente urbano, stradale, naturale a quelli più nascosti e subdoli come i rischi dell’ambiente domestico e i rischi biologici che annualmente determinano un grande numero di incidenti e malattie spesso mortali.

Su questo versante, sino ad oggi, poco si è fatto per diffondere una cultura della prevenzione e della sicurezza e della salvaguardia dell’integrità fisica delle persone; quel poco non ha visto un centro di governo e coordinamento tale che si potesse identificare un processo formativo che abbracciasse e contemplasse tutti i rischi presenti nei settori della vita quotidiana.

Si è proceduto in ordine sparso, facendo affidamento ad iniziative pregevoli, ma spesso isolate e sporadiche, che si innestavano in alcuni processi senza avere una visione sistemica, integrata e di lungo periodo.

Ritengo che, invece, sia ormai giunto il momento di progettare un sistema di prevenzione e sicurezza dei cittadini a 360 gradi che sia in grado di tutelare l’individuo, alla stregua di una cintura di sicurezza, da tutti i pericoli provenienti dal mondo che circonda, compresi i rischi pandemici.

In tale sistema di tutela si dovrà prevedere una formazione che assuma l’onere di prendere in carico la persona dalla sua nascita e lo conduca lungo il suo percorso di vita sino alla sua conclusione, facendo in modo che sia la più naturale possibile.

Penso ad una formazione long-life sulla “Cultura della salute e sicurezza dell’individuo” che ponga al centro della sua attenzione tutti gli ambienti di vita che il soggetto attraversa nel corso della sua vita.

Penso ad una formazione sulla sicurezza che diffonda i suoi principi e contenuti nell’ambito di qualsiasi contesto e ambiente in cui l’individuo si addentra; ad una formazione che, parlando di “cadute dall’alto”, contempli i luoghi di lavoro ma anche le escursioni in montagna; ad una formazione che trattando di evacuazione si riferisca ai luoghi di lavoro, ma anche a situazioni che possano interessare i condomini o i luoghi di spettacolo; ad una formazione che insegnando le tecniche di prevenzione sanitaria indichi strumenti e metodologie idonee a contrastare i rischi di infezione.

Penso ad una formazione come un servizio civile che non si limiti a prevenire unicamente i rischi presenti negli ambienti di lavoro ma, come sollecitato dalla comunità europea, preveda l’attuazione di politiche sistematiche di prevenzione in qualsiasi ambiente di vita. Una formazione che lo accompagni long-life aggiornandogli continuamente la mappa dei rischi che lo circonda e fornendogli gli strumenti di autotutela.

Conclusioni

L’obiettivo deve essere quello di formare e informare i cittadini, in forma sistemica e continua, come fronteggiare rischi e evitare pericoli scaturenti da un utensile, da un evento naturale, da un contagio, da un fatto comunque improvviso e spesso devastante. Si deve raggiungere un livello di consapevolezza e destrezza tale per cui ciascun cittadino sia in grado di “vedere”, “riconoscere”, “valutare”, “prevenire” i rischi intorno a lui.

Dobbiamo abituarci a fronteggiare i rischi avendone una adeguata percezione e, perché no, dimestichezza in modo da riuscire ad avere nelle situazioni di pericolo, anche improvvise, comportamenti lucidi e adeguati tali da garantire la incolumità propria e degli altri.

Un tale obiettivo necessiterà la definizione di un progetto che contempli processi formativi omogenei e trasversali a categorie di persone e ambienti, generi ed età da realizzare con modalità interattive e senza soluzioni di continuità in modo da garantire un livello di consapevolezza e prevenzione adeguato alle modificazioni ambientali, tecnologiche e sociali.

Naturalmente sarà strategico formare un corpo di professionisti della formazione sulla prevenzione, salute e sicurezza dei cittadini cui affidare la concreta realizzazione del progetto. Questi professionisti, oltre a conoscere normative legislative e norme tecniche, dovranno loro stessi essere formati sulle tecniche di tutoraggio e coaching per seguire adeguatamente le persone affidate a loro. Dovranno possedere una adeguata preparazione sulle tecniche di valutazione degli effetti dei percorsi formativi in termini di efficacia degli interventi.

Iniziando sin dall’infanzia a creare e consolidare una cultura della salute, della prevenzione e della sicurezza dell’individuo si creerà un diffuso clima di responsabilità sociale che oltre a insegnarci a prevenire e affrontare i rischi che ci minacciano ci permetterà di progettare e realizzare opere pubbliche, strumenti di lavoro, ambienti di vita e lavoro sicuri.

E’ seguendo questo percorso che, probabilmente, riusciremo a sconfiggere quelle piaghe sociali su cui giornalmente ci informano i mass media: le così dette “morti bianche”, le “morti del sabato sera”, le “morti per incidenti domestici”, le “morti per esplosioni e incendi”, le “morti per smottamenti ed alluvioni” e, non da ultimo, i rischi derivanti da infezioni pandemiche che saranno sempre pronte ad aggredirci.

Per le caratteristiche e le complessità sin qui esposte ma anche per gli obiettivi dichiarati, un programma formativo di tale dimensione non può non avere un notevole impatto sociale e richiede un ampio schieramento di soggetti disposti a collaborare in sinergia tra di loro.

Nessuno potrà considerarsi detentore esclusivo dei saperi e delle capacità tecniche necessarie alla realizzazione di un obiettivo tanto ambizioso. Tutti i soggetti coinvolti dovranno apportare il loro contributo tecnico-scientifico-esperenziale con la dovuta umiltà di chi sa bene che i risultati di obiettivi ad alto valore etico e sociale si ottengono solo lavorando concretamente con uno spirito collaborativo e sinergico.

 

Articolo a cura di Francesco Naviglio

Francesco Naviglio, nato a Roma nel 1948, è residente dal 1999 in provincia di Brescia.

Ha svolto la formazione formale frequentando il Liceo Scientifico Augusto Righi di Roma, la facoltà di Scienze Politiche alla LUISS e di Sociologia alla Sapienza di Roma oltre al Corso concorso di Formazione Dirigenziale presso la SSPA di Caserta.

E’ stato Direttore del Servizio Organizzazione e Formazione dell’Enasarco e in INAIL, Responsabile del Servizio Organizzazione e Controllo, Direttore provinciale dell’INAIL, Direttore Vicario del Centro Elettronico (2004-2006) e Direttore del Servizio Formazione.

Dal 2009 è Segretario Generale dell’Aifos e Formatore certificato della sicurezza sul lavoro oltre che Auditor certificato per gli schemi ISO 9001 e OHSAS 45001. Ricopre anche il ruolo di Presidente di Aifos Service, società di servizi di Aifos.

Per Aifos è membro della Commissione UNI/42 – Sicurezza sul lavoro e di diversi Gruppi di Lavoro.

E’ autore di numerosi articoli e pubblicazioni sui temi della sociologia dell’organizzazione, della formazione e della sicurezza sul lavoro.

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