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“L’uomo è ciò che mangia” (Feuerbach): a che punto siamo con la sicurezza alimentare

Scenario

Il momento storico che stiamo vivendo ci pone dinanzi non solo alla crisi sanitaria ed economica, ma anche alla minaccia di una imminente emergenza alimentare in termini sia di approvvigionamento sia di sicurezza degli alimenti.

Una recente ricerca pubblicata a luglio di quest’anno e dal titolo “What matters to consumers when buying food?” – condotta a livello globale dalla società Dnv Gl (società di consulenza internazionale di certificazione tra le più attive nel settore della sostenibilità) – dichiara come l’emergenza Covid-19 abbia portato in primo piano i temi della sicurezza alimentare, senza dimenticare gli aspetti ambientali e sociali strettamente correlati. In particolare, si evince come i consumatori siano sempre più attenti a una lista ingredienti trasparente, all’origine del prodotto e oltre che agli aspetti di sostenibilità in termini di confezioni compostabili o riciclabili, di misure atte a ridurre lo spreco alimentare e al rispetto per il benessere animale.

La Ricerca “What matters to consumers when buying food?” di Dnv Gl: una nuova consapevolezza si sta facendo strada

La ricerca – che ha coinvolto circa 4.500 consumatori di tutto il mondo -ha evidenziato come le preoccupazioni per la sicurezza alimentare dei consumatori siano alla base di un divario tra percezione e realtà, ovvero, come le aziende consentano ai consumatori di esplorare digitalmente le caratteristiche di un prodotto in modo da aumentarne la fiducia.

Il sondaggio rivela che:

  • La sicurezza alimentare è la principale preoccupazione dei consumatori, in particolare: l’85% si fida dei prodotti di marca, l’80% dei prodotti non confezionati e il 69% dei prodotti non confezionati.
  • I consumatori vogliono principalmente maggiori informazioni sulla sicurezza alimentare (55%) e sulla salute (53%).
  • La fiducia nelle informazioni dei marchi è alta: il 90% si fida dei prodotti di marca confezionati, mentre solo il 64% si fida dei prodotti senza marchio.
  • Solo il 19% dei produttori utilizza regolarmente sugli imballaggi i codici QR. Tali codici possono offrire un mezzo per creare fiducia e la percentuale potrebbe aumentare al 65% se il QR fossero percepiti come leva per offrire informazioni sull’origine di un prodotto e verificare il rispetto degli standard di sicurezza alimentare.

Dalla ricerca si evince anche che le tematiche come l’ambiente o gli aspetti sociali – ad eccezione dei rifiuti e del riciclaggio -tendono a influenzare meno le scelte d’acquisto dei consumatori e, sebbene vi siano differenze geografiche – spesso influenzate dalla legislazione locale, dal contesto o da recenti scandali – in questo momento sembra esserci meno interesse per questioni come la riduzione delle emissioni di gas serra (10%), i diritti umani (13%) e il benessere degli animali (16%).

I consumatori optano, sempre più, per i prodotti di cui si fidano e, se le informazioni sul prodotto sono verificate o se il prodotto o il produttore risulta certificato secondo uno standard di sicurezza alimentare, il 69% degli intervistati ha affermato di essere anche disposto a pagare di più.

Sei principi per rimodellare le filiere alimentari

Il professor Chris Elliott, specializzato in sicurezza alimentare e direttore dell’Istituto Global Food Security alla Queen’s University di Belfast, già nel 2018 aveva lanciato un appello sulla necessità di una rivoluzione a livello di salvaguardia della filiera alimentare articolata su sei concetti-chiave che risultano quanto mai attuali.

Vediamo in dettaglio i sei principi, che di fatto rimandano al titolo di un libro del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, “Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia”, ovvero, all’unità psicofisica dell’individuo e al fatto che – se si vogliono migliorare le condizioni spirituali di un popolo – bisogna, innanzitutto, migliorarne le condizioni materiali, a cominciare dall’alimentazione.

PRIMO PRINCIPIO: Il cibo che produciamo dev’essere sicuro

Con quest’enunciato il ricercatore inglese ha voluto fare rimando ai milioni di casi di malattie di origine alimentare registrate ogni anno a livello globale e le relative conseguenze sociali ed economiche che meritano di essere tenute in considerazione. Inoltre, in questo momento di crisi pandemica, inevitabilmente, i livelli delle ispezioni si stanno riducendo a causa anche delle minori disponibilità economiche dei servizi pubblici di controllo e ciò fa presagire un aumento delle malattie alimentari. Ricordiamo quanto enunciato dal Regolamento della Comunità Europea n. 178/2002 del 28 gennaio 2002 (il cosiddetto “General Food Law Regulation”) in base al quale “la libera circolazione di alimenti sicuri e sani è un aspetto fondamentale del mercato interno e contribuisce in maniera significativa alla salute e al benessere dei cittadini, nonché ai loro interessi sociali ed economici”.

Infezioni alimentari

ESFA (Agenzia europea per la sicurezza alimentare) – con sede a Parma – ha recentemente lanciato l’allarme per: i pericoli di infezione da influenza aviaria nei polli d’allevamento; le tracce di microplastica in frutta e verdura oltre che nei pesci e nelle bottiglie d’acqua minerale.

Negli USA si sono registrati focolai di infezioni da Salmonella – causati da pomodori – che sono aumentati in intensità e in frequenza, colpendo centinaia di persone che, nel peggiore dei casi, sono decedute. Inoltre, negli ultimi vent’anni, frutta e verdura fresca sono state responsabili di più di un quinto del totale delle epidemie da Escherichia coli.

Il problema degli antimicrobici

La FAO, in occasione della “Settimana mondiale per la consapevolezza sugli antimicrobici 2020” (18-24 novembre u.s.), ha ricordato la diffusione tra i microrganismi delle resistenze agli antibiotici, il che costituisce un ulteriore problema di sicurezza alimentare. Ogni anno muoiono almeno 700 mila persone a causa di infezioni resistenti ai farmaci: malattie infettive molto comuni stanno diventando sempre più difficili da combattere, man mano che la capacità di resistere agli antimicrobici si diffonde. Questo processo è accelerato dall’uso eccessivo di farmaci sviluppati per l’uso terapeutico veterinario negli allevamenti intensivi; ne consegue che le resistenze stanno diventando un problema anche per l’allevamento stesso e per l’agricoltura.

Gli organismi antimicrobico-resistenti possono trovarsi negli animali, nel terreno dove crescono le piante coltivate per l’alimentazione e negli ambienti di trasformazione e nella preparazione del cibo, cucine incluse; pertanto, gli alimenti possono essere contaminati se non si prendono precauzioni. Inoltre, le infezioni antimicrobico-resistenti incurabili possono uccidere le piante e ridurre la produttività degli animali mettendo a repentaglio la sicurezza alimentare dal momento che un’infezione alimentare causata da un batterio resistente può sfociare in una malattia abbastanza severa e, essendo il trattamento inefficace rispetto al passato, potrebbe risultare mortale.

Se non agiamo in modo incisivo la produzione di cibo diminuirà e si stima che, entro il 2050, le infezioni antimicrobico-resistenti potrebbero giungere ad uccidere più di 10 milioni di persone all’anno. I Paesi a basso e medio reddito risulteranno essere maggiormente colpiti dal momento che l’insicurezza alimentare risulta essere già problematica e i loro sistemi sanitari sono i più deboli.

Le autorità per la sicurezza alimentare dovranno essere sempre più vigili nel controllare i cibi e, in quest’ottica i regolamenti, in linea con gli standard internazionali, dovrebbero permettere solo usi prudenti e giudiziosi degli antimicrobici in agricoltura. Inoltre, solo attraverso una maggiore osservazione di buone pratiche di igiene alimentare potremo ridurre la contaminazione del cibo e migliorare il monitoraggio dei microrganismi resistenti nel cibo e in agricoltura, in modo tale da identificare in modo precoce le minacce emergenti e attuare misure di controllo mirate.

Anche i consumatori possono aiutare a tenere sotto controllo la resistenza-antimicrobica influenzando il modo in cui essi sono utilizzati in medicina ed in agricoltura e precisamente:

  • Usando gli antimicrobici per sé o i propri animali domestici solo sotto prescrizione medica o veterinaria.
  • Comprando cibo – ove possibile – da produttori che ne usano quantità minime e in modo prudente.
  • Praticando una buona igiene personale, i.e. lavaggio delle mani con acqua e sapone.
  • Assicurandosi che il proprio cibo sia conservato e preparato in un ambiente pulito per evitare contaminazioni.
  • Eliminando correttamente gli antimicrobici scaduti e inutilizzati, i.e. portandoli nei punti di raccolta, come le farmacie, evitando di gettarli nei rifiuti o nel water.

Sotto la lente d’ingrandimento i prodotti importati

Secondo l’ultimo report del ministero della Salute sul “Controllo ufficiale sui residui di prodotti fitosanitari negli alimenti” pubblicato a luglio 2020, i residui chimici negli alimenti importati risultano più che tripli rispetto a quelli Made in Italy. In particolare, gli ortaggi stranieri venduti in Italia risultano essere oltre otto volte più pericolosi della media dei prodotti nazionali. Di fatto su 10.737 campioni di alimenti ortofrutta, cereali, olio, vino, baby food e altri prodotti – analizzati per verificare la presenza di residui di prodotti fitosanitari oltre il limite consentito – solo lo 0,6% dei campioni di origine nazionale è risultato irregolare, rispetto all’1,9% dei prodotti d’importazione, mentre gli ortaggi importati irregolari raggiungono la percentuale del 4,9%. A supporto di ciò, i dati di denuncia di Coldiretti secondo i quali quasi un ortaggio straniero su 20 venduti in Italia è irregolare per il contenuto di residui chimici e, a fronte di ciò, particolare attenzione si deve prestare per i seguenti alimenti importati dall’estero: fragole, arance, melograni, frutta varia, pomodori, peperoni, carciofi, riso bianco, lenticchie, fagioli secchi. Ricordiamo che negli ultimi mesi l’Agenzia Dogane e Monopoli ha sequestrato a Ravenna 11 tonnellate di uva da tavola proveniente dall’Egitto non conforme ai parametri e destinate a una impresa del Veneto che rifornisce i mercati ortofrutticoli del nord Italia.

Coldiretti, in questo momento di crisi contingente, oltre ad aver promosso la campagna “Mangia Italiano” per favorire il nostro cibo al 100% italiano – anche in un’ottica di supporto all’occupazione ed all’economia nazionale – continua la politica atta ad evidenziare il primato del Made in Italy nella sicurezza alimentare a livello nazionale, europeo ed internazionale.

Recentemente, il presidente Coldiretti Ettore Prandini ha sottolineato ulteriormente quanto “è necessario che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri, garantendo che – dietro gli alimenti italiani e stranieri in vendita sugli scaffali – ci sia un analogo percorso di qualità che riguarda l’ambiente, il lavoro e la salute. Va esteso a tutti gli alimenti l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza ed in Italia rimosso il segreto sui flussi commerciali con l’indicazione delle aziende che importano materie prime dall’estero”. Diventa, quindi, sempre più importante e strategica la difesa dalla concorrenza sleale nei confronti dell’agricoltura italiana che – secondo Coldiretti – è la più “green” d’Europa con 5.155 prodotti alimentari tradizionali censiti, 304 specialità ad indicazione geografica riconosciute a livello comunitario e 524 vini Dop/Igp e quasi 60mila aziende agricole biologiche.

Packaging più sicuro ed intelligente

Il mercato agroalimentare è sempre più costituito da prodotti confezionati e diversificati per tipologia ed esigenza; pertanto, le confezioni alimentari ricoprono un ruolo strategico e cruciale in quanto devono essere in grado di preservare la qualità e la sicurezza alimentare del prodotto a tutela del consumatore finale.

Imballaggi alimentari innovativi potrebbero svolgere un ruolo importante nel ridurre la causa principale di infezioni alimentari, senza contare che la digitalizzazione si sta sempre più affermando anche nel packaging alimentare ed industriale. Parliamo dei cosiddetti “imballaggi funzionali” che si caratterizzano per la capacità di garantire al meglio la tracciabilità dei cibi, la loro ottimale conservazione attraverso un monitoraggio costante di ogni variazione nelle condizioni di confezionamento. Sono imballaggi sempre più diffusi e stanno conquistando la fiducia dei del mercato e dei consumatori. Essi si dividono in tre sottogruppi: imballaggi intelligenti, imballaggi attivi e smart packaging; vediamo in dettaglio come si caratterizzano:

  • Imballaggi intelligentigrazie all’utilizzo di sensori, bluetooth e codici QR sono in grado di trasmettere informazioni sugli alimenti in tempo reale, senza alterarne proprietà nutritive, forme e colori in un’ottica di centralità della salute e del benessere del consumatore.
  • imballaggi attivi grazie a formule attive di estratti, ad esempio di the verde, il laminato utilizzato per il packaging può vantare caratteristiche antiossidanti e antiradicali grazie alla presenza di principi attivi totalmente naturali garantendo così le qualità organolettiche, odore e sapore degli alimenti. Inoltre, questi involucri svolgono un’azione costante sul loro contenuto rilasciando sostanze protettive per il cibo, assorbendo sostanze indesiderate ed eliminando eventuali gas pericolosi oppure favorendo reazioni chimiche riscaldanti o raffreddanti del contenuto in pochi secondi.
  • Imballaggi smart imballaggi dotati, applicazioni sperimentali del RFID (Radio Frequency Identification) inserite nel film dell’imballaggio che servono per controllare la qualità dei prodotti venduti, distinguendo le merci più fresche da quelle che lo sono meno. Il lettore del RFID è simile alle tecnologie del codice a barre, ma non è ancora possibile la lettura con lo smartphone.

SECONDO PRINCIPIO: Il cibo che produciamo dev’essere autentico

La rintracciabilità degli alimenti introdotta dal regolamento europeo General Food Law Regulation su scala generale a partire dall’1.1.2005, così come l’altro regolamento europeo sui controlli pubblici ufficiali, non sono stati sufficientemente incisivi nel prevenire le frodi alimentari; pertanto, Il 13 giugno 2019 il Consiglio EU ha approvato un aggiornamento del General Food Law Regulation, al fine di accrescere la trasparenza delle informazioni sulla sicurezza alimentare, nonché renderle maggiormente immediate, accessibili ed efficaci per tutti e creare un piano integrato di comunicazione del rischio per tutte le parti interessate a livello comunitario, nazionale lungo tutta la filiera alimentare, unitamente ad un maggior coinvolgimento dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e degli Stati membri.

Il nuovo regolamento sulla trasparenza è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale il 6 settembre 2019. È entrato in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione e diventerà applicabile a partire dal 27 marzo 2021.

Le frodi alimentari

La complessità della supply chain alimentare è tale che continua ad alimentare le opportunità di frodi per alimenti e bevande oltre a coinvolgere la criminalità organizzata; frodi che avvengono lontane dai riflettori poiché localizzate e meritano l’adozione di apposite misure di contrasto in tutti gli Stati membri, sotto il coordinamento della Commissione Europea. Ricordiamo che un prodotto contraffatto è più probabile che sia meno rispettoso del pianeta e meno remunerativo per il produttore che gestisce il territorio, generando così delle conseguenze indirette per la salute dei terreni e, probabilmente, anche il packaging sarà inquinante, senza contare le possibili conseguenze sulla salute delle persone.

Iniziative nazionali contro la agropirateria e il fenomeno dell’Italian Sounding

E’ doveroso menzionale la APP ITA0039 -100% Italian Taste Certification presentata lo scorso 19 novembre 2020 – in anteprima mondiale – e creata da ASACERT (società di Certificazione), in linea con protocollo di certificazione attivo in tutto il mondo e supportato da partner nazionali importanti come Coldiretti, FAI, ANRA e PROMOItalia nel tentativo di contrastare il fenomeno dell’Italian Souding.

Il fenomeno Italian Sounding consiste nell’utilizzo (su etichette e confezioni) di denominazioni, riferimenti geografici, immagini, combinazioni cromatiche e marchi che evocano l’Italia, “giocando” su alcuni dei suoi più famosi prodotti tipici, inducendo ingannevolmente a credere che siano prodotti italiani autentici. In taluni casi ci si trova di fronte a casi di ingredienti nocivi per la salute nelle procedure di produzione e conservazione non idonee e prive di tracciabilità, spesso apponendo una etichetta “Made in Italy” su prodotti realizzati all’estero. L’app permette ad ogni consumatore di interagire con autentici e certificati ristoratori italiani, produttori certificati e, al contempo, di identificare i prodotti fake con un sistema di segnalazione attiva.

Come afferma Fabrizio Capaccioli – AD di Asacert – la APP ITA0039 -100% Italian Taste Certification è un modo per “tutelare identità e distinzione territoriale e difendere uno dei baluardi del valore italiano in tempi di crisi” considerando che “…le complessità risiedono nell’individuazione e nella tracciabilità rapida dei prodotti a rischio, in modo da spezzare quel malsano ingranaggio che può generare problemi di salute ai cittadini ed economici alle imprese ma anche, a lungo termine, un calo di fiducia nei consumatori, che provoca il taglio generalizzato della spesa e che spesso ha messo ingiustamente in difficoltà interi comparti produttivi e perdite di posti di lavoro”.

TERZO PRINCIPIO: Il cibo che produciamo deve essere nutriente

Secondo l’ultimo rapporto ONU sulla sicurezza alimentare globale “The State of Food Security and Nutrition in the World” pubblicato a luglio 2020, quasi 690 milioni di abitanti del pianeta hanno sofferto la fame nel 2019: un numero superiore di 10 milioni di unità rispetto all’anno precedente e di quasi 60 milioni in più rispetto a cinque anni fa, senza contare le tantissime persone che, a causa dell’aumento nei costi dei beni alimentari e della scarsa disponibilità di mezzi economici, non hanno accesso a una dieta sana o nutriente. In totale, sono circa 2 miliardi, nel mondo, le persone che affrontano livelli moderati o gravi di insicurezza alimentare. Il rapporto lancia anche un allarme relativo alla pandemia di COVID-19, prevedendo che a fine 2020 altri 130 milioni di abitanti del pianeta soffriranno di malnutrizione cronica per le conseguenze dell’emergenza pandemica.

Bisogna rendersi conto che, se vogliamo porre fine alla fame e alla malnutrizione, non dobbiamo limitarci semplicemente ad assicurare cibo a sufficienza per garantire la sopravvivenza: il cibo che ingeriamo dev’essere anche nutriente, soprattutto nel caso dei bambini. Purtroppo, il raggiungimento di tale obiettivo è ostacolato dall’elevato costo degli alimenti nutrienti e dalla difficoltà di accedere a un’alimentazione sana per un elevato numero di famiglie.

Parallelamente e paradossalmente stiamo assistendo ad un aumento di consumo di calorie, i.e. la malnutrizione per eccesso, ovvero, obesità e malattie correlate. Quello che colpisce di più è il fatto che in entrambi i casi siamo di fronte ad un problema di ingredienti “mancanti”, i.e. vitamine, soprattutto quelle liposolubili unitamente ad altri elementi essenziali come i sali minerali (i.e. selenio, magnesio, zinco, iodio) e agli acidi grassi liberi come gli Omega-3. Pertanto, è normale domandarsi come possiamo avere un sistema alimentare basato sull’integrità della filiera quanto in realtà più di 3 miliardi di individui o più non può permettersi un’alimentazione sana e secondo il livello corretto di micronutrizione.

Come afferma il professor Elliott, serve una nuova rivoluzione industriale, col sostegno della politica e il contributo della scienza., soprattutto per migliorare i tenori di micronutrienti nei cibi, con metodi naturali.

QUARTO PRINCIPIO: Le filiere agroalimentari siano sostenibili

La sostenibilità è un imperativo di ogni attività antropica odierna sul pianeta. Agricoltura, allevamento, trasformazione e distribuzione degli alimenti hanno un ruolo importante nel consumo di risorse naturali, tra cui le emissioni di Gas Serra. È giunto il momento di agire per incrementare le rese della produzione agricola senza impattare sul contenuto nutrizionale degli alimenti, ridurre lo spreco alimentare a partire dalla filiera agricola fino al recupero del cosiddetto “surplus food” e adottare modi migliori per conservare il cibo con l’aiuto delle tecnologie.

È doveroso ricordare come negli ultimi decenni è diminuita del 75% la quantità media di autoapprovvigionamento dei prodotti agricoli. In particolare, l’Italia è dipendente dall’estero per quasi tutti i prodotti agricoli, dalla carne al latte fino ai cereali e fatta eccezione solo per vino, frutta e carni avicole: dato abbastanza imbarazzante che, da un lato, ci mette di fronte alle conseguenze delle politiche agricole comunitarie che hanno penalizzato la produzione nazionale e, dall’altro lato, il fatto che la crisi contingente ha fatto emergere una maggior consapevolezza a livello nazionale e globale delle fragilità dei sistemi agroalimentari. In particolare, in Italia è necessario intervenire con un piano di difesa della sovranità alimentare e non dipendere dall’estero in un momento di grandi tensioni internazionali sugli scambi commerciali. Pertanto, la sostenibilità ambientale e sociale deve essere parte integrante delle strategie nazionali ed aziendali e della produzione agroalimentare. Tutti gli attori della filiera dovranno sempre più agire in modo proattivo per contribuire alla promozione di sistemi alimentari più sostenibili; pertanto, la sfida consisterà nel superare le logiche di puro marketing e nel favorire l’adozione di modelli alimentari sani e sostenibili da parte dei cittadini.

QUINTO PRINCIPIO: Il nostro cibo va realizzato secondo i più elevati standard etici

La questione etica si ripropone sotto diverse prospettive ed è trasversale alla sostenibilità ed al benessere di chi produce cibo, ovvero, tutta la filiera che si basa sulle società e l’ambiente.

L’invasione di cibi extra-UE realizzati in condizioni di dumping socio-ambientale – spesso a fronte di dazi d’importazione ridotti o assenti e dell’applicazione di politiche commerciali comunitarie estreme – è sotto gli occhi di tutti e non fa altro che disintegrare la filiera degli Stati membri dato che le materie prime e i prodotti alimentari extra EU risultano più competitivi nei prezzi rispetto a quelli realizzati in Europa che devono conformarsi a norme più severe a tutela di ambiente, lavoratori e sicurezza.

Attualmente sembra che qualcosa stia cambiando anche a fronte della pandemia: c’è un ritorno alla terra ed alla sostenibilità e forse, ora che le nostre coscienze si stanno risvegliando, la necessaria rivoluzione si potrà attuare.

SESTO PRINCIPIO: Rispettiamo l’ambiente e i lavoratori

Si deve perseguire un sistema alimentare basato sull’integrità ed in grado di prendere coscienza che gli agricoltori sono i “custodi” dell’ambiente; pertanto, tutte le azioni a livello politico e normativo devono essere attuate per garantire un uso “intelligente e sostenibile” della terra e dei lavoratori agricoli.

Purtroppo, le logiche di mercato al ribasso lungo tutta la catena di approvvigionamento – dettate da mercati globali ultra competitivi – hanno comportato un’erosione dei redditi agricoli spingendo negli ultimi decenni i giovani a fuggire dalle campagne per cercare occupazioni più remunerative.

I diritti di ambiente e lavoratori sono condizionati dalle scelte globalizzate delle Big Food, ovvero le cosiddette “10 grandi sorelle”, i.e. Nestlé, PepsiCo, Coca-Cola, Unilever, Danone, General Mills, Kellogg, Mars, Associated British Foods e Mondelez. Trattasi di società che controllano la gran parte dei marchi più celebri del pianeta, nel cibo e le bevande (ma anche i prodotti per l’igiene personale e domestica) commercializzati in tutto il mondo e che – al di là di isolate operazioni green utilizzando le leve di marketing e greenwashing – prediligono sempre il risparmio in termini di costi delle materie prime, a tutti i costi, tramite lo sfruttamento dei lavoratori, razzia di terreni, schiavitù (anche minorile) e azioni devastanti a livello ambientale nei Paesi lontani.

Politica Europea ed il greenwashing

Quanto sino ad ora descritto non fa altro che dimostrare che il sistema agroalimentare non funziona come dovrebbe. Di qui la necessità di una presa di posizione dell’industria alimentare e della politica in termini di salvaguardia dell’integrità della filiera agroalimentare. I cambi di paradigma richiesti sono significativi, così pure gli investimenti; tuttavia, è l’unica via per garantire una sicurezza sia alimentare sia di salute pubblica – senza dimenticare la sicurezza nutrizionale – ma anche la sostenibilità socio-ambientale delle produzioni.

Una maggiore analisi critica deve essere svolta in termini di azioni di greenwashing da parte degli attori coinvolti lungo tutta la filiera alimentare. Ricordiamo che il termine si riferisce all’«appropriazione indebita di virtù e di qualità eco sensibili per conquistare il favore dei consumatori o, peggio, per far dimenticare la propria cattiva reputazione di azienda le cui attività compromettono l’ambiente» e “spacciarsi” molto più “green” di quanto in realtà sia, usando le leve del marketing e della comunicazione per dire qualcosa che, alla fine, non trova pieno riscontro nei fatti.

Il mondo agroalimentare è finito molto spesso nel centro del mirino per pratiche scorrette di greenwashing. Ricordiamoci che la produzione di cibo ha un impatto ambientale rilevante, soprattutto in un’epoca come quella attuale in cui la sostenibilità è diventata un vero e proprio mantra. Gli scaffali dei supermercati strabordano di confezioni che millantano valenze biologiche, packaging sostenibile e filiera corta, mentre tutti ci rendiamo conto che dietro il continuo bombardamento comunicativo forse non tutto è oro quel che luccica: uno sfoggio di virtuosismo ambientale spesso non corrisponde ad un approccio altrettanto virtuoso nei confronti dei lavoratori che subiscono il caporalato e lavorano in condizioni imbarazzanti, soffrono di mancanza di giustizia sociale, senza dimenticare l’iniqua retribuzione degli agricoltori.

Riassumendo

Nutrire 10 miliardi di persone nel 2050 in modo sostenibile richiederà cambiamenti nelle nostre catene alimentari. Il modo in cui il cibo viene prodotto, conservato, manipolato e consumato influisce sulla sicurezza del nostro cibo. Pertanto, sarà sempre più necessario garantire: la conformità agli standard alimentari globali; la creazione di sistemi di controllo alimentare normativo efficaci, senza dimenticare la preparazione e la risposta alle emergenze; la fornitura di accesso ad acqua pulita; l’applicazione di buone pratiche agricole; il rafforzamento dell’uso di sistemi di gestione della sicurezza alimentare da parte degli operatori del settore alimentare; la capacità dei consumatori di fare scelte alimentari sane. I governi, le organizzazioni internazionali, gli scienziati, il settore privato e la società civile stanno lottando per garantire la sicurezza alimentare, dal momento che è una responsabilità condivisa tra governi, produttori e consumatori. Tutti noi abbiamo un ruolo da svolgere “from farm to fork” come dice lo slogan, i.e. dalla fattoria alla tavola, per garantire che il cibo che consumiamo sia sicuro e non causerà danni alla nostra salute. Non dimentichiamoci che la sicurezza alimentare è la chiave per raggiungere molti degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU per aiutare a prevenire, rilevare e gestire i rischi di origine alimentare. Il cibo sicuro contribuisce alla prosperità economica, stimolando l’agricoltura, l’accesso al mercato, il turismo e lo sviluppo sostenibile.

È ancora Feuerbach a dirci nel suo citato libro che: “I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e di sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliore il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore”. Di questa frase si può non condividere il radicalismo materialista, ma non possiamo apprezzare la conclusione del filosofo, per il quale “la teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica”.

 

Articolo a cura di Federica Maria Rita Livelli

Federica Maria Rita Livelli

Business Continuity & Risk Management Consultant

In possesso della certificazione Business Continuity - AMBCI BCI, UK e Risk Management FERMA Rimap ®, consulente di Business Continuity & Risk Management, svolge attività di diffusione e di sviluppo della cultura della resilienza presso varie istituzioni ed università.

Membro del Board del BCI Italy Chapter, socia ANRA, AIPSA, CLUSIT ed UNI.

Membro di diversi Comitati: CLUSIT-Artificial Intelligence, UNI/CT 016/GL 02 "Sistemi di gestione per la qualità" (ISO/TC 176/SC 2), UNI/CT 016/GL 09 "Governance delle organizzazioni" (ISO/TC 309) e UNI/CT 016/GL 89 "Gestione dell'innovazione" (ISO/TC 279) (Commissione Tecnica UNI/CT 016 "Gestione per la qualità e metodi statistici").

Membro della Community: Women for Cyber Security e Ambassador della Community Donne 4.0

Docente di moduli di introduzione di: ISO 22301 - Business Continuity & Resilience (Università POLIMI–BOCCONI e Università di Verona); ISO 31000 - Risk Management (Università Statale di Milano).

Autrice di numerosi articoli su diverse riviste online, (i.e.: AgendaDigitale, Cybersecurity360, AI4Business, Risk Management360, EnergyUp, Blockchain4Innovation, Internet4Things, Industry4Business, ANRA - RM Magazine, ISPI online, Insurance Review, UNI Magazine online, The BCI Blog).

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