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Protezione e sicurezza della salute dei lavoratori: verso una formazione attiva e consapevole

Passare da una cultura passiva e meccanicistica della prevenzione, fatta di regole, divieti, prescrizioni e sanzioni, ad una visione attiva comportamentale della salute e sicurezza dei luoghi di lavoro che sia basata sulle sensazioni e sulla cultura del corpo e che aiuti i lavoratori a percepire la stessa organizzazione e il gruppo di lavoro come guscio di protezione di se stesso.

Ormai molto è stato fatto in tema di sicurezza e protezione della salute dei lavoratori. L’Italia, dal punto di vista giuridico, è all’avanguardia da diversi decenni. Tuttavia ogni qualvolta si presentano o commentano i dati sugli infortuni sul lavoro e le malattie professionali il coro è univoco: c’è ancora molto da fare!

E’ vero! Finche’ ci sarà un solo morto o un infortunato per cause di lavoro l’opera non sarà compiuta, ma è anche vero che non possono essere accettabili riduzioni annue degli infortuni sul lavoro dell’1 o 1,5% e che si registri ancora una media di più di 3 morti al giorno. Evidentemente considerata la produzione legislativa degli ultimi tempi, le forze messe in campo per il contrasto alla cattiva prassi e per affiancare i datori di lavoro con attività di consulenza organizzativa e formazione, la strada intrapresa non sembra essere ancora adeguata.

Appare sempre più necessario scoprire ed esplorare nuovi percorsi che ci portino sempre più vicino all’obiettivo di una definitiva sconfitta di questa piaga sociale.

Dal 2003, anno di entrata in vigore della legge 195/03, si è dato un grande impulso alla formazione considerata, a ragione, una leva imprescindibile per la lotta al fenomeno. Da allora, tuttavia, le cifre sulla riduzione degli infortuni e delle malattie professionali ha subito un trend annuo di leggera flessione che non può considerarsi soddisfacente considerato l’impegno profuso dalle forze politiche, sociali ed economiche nell’ambito della prevenzione e sicurezza dei luoghi di lavoro.

Come si spiega tutto ciò? Le politiche prevenzionali sui posti di lavoro, a parte alcune disgraziate eccezioni, sono diffuse nella quasi totalità delle aziende italiane. I lavoratori stessi sono sottoposti regolarmente a processi di formazione ed informazione, specialmente dopo l’approvazione del Decreto legislativo 81 del 2008 che ha regolamentato la metodologia e i contenuti dei corsi di formazione di tutti gli attori della sicurezza sul lavoro in azienda considerati, giustamente, cardini del sistema di prevenzione e protezione aziendale. E’ quindi lecito chiedersi dove si annida il problema.

Probabilmente il problema si nasconde proprio nel modo di fare formazione che risente di un sistema tutto italiano di affrontare alcuni problemi nell’immediato da un punto di vista formale, senza preoccuparsi delle conseguenze nel lungo periodo.

La grande richiesta di corsi, conseguente all’emanazione della legge 81/2008 e ai successivi Accordi Stato-Regioni in tema di formazione, ha determinato la proliferazione di innumerevoli “scuole”, “enti”, “accademie” che si sono avventurate nel campo della formazione in tema di salute e sicurezza dei lavoratori risultando “ope legis” legittimate ad erogare i corsi con “verifica finale dell’apprendimento”.

Ritengo che proprio su questo passaggio si inceppi il meccanismo. Come e da chi vengono definite le modalità di verifica dei corsi previsti dal D.Lvo 81/2008 e dagli Accordi Stato-Regioni e, ancora, chi accerta le professionalità e l’accuratezza di coloro che effettuano le verifiche? Inoltre, al di là dei contenuti dei corsi, chi accerta la qualità delle metodologie didattiche e dei docenti che operano nelle strutture didattiche che erogano i corsi previsti dalla 195/03?

Sono queste le domande che analogamente ci poniamo quando affrontiamo i dibattiti sulla qualità ed efficacia della formazione scolastica e universitaria in Italia sulla cui validità da tempo abbiamo seri dubbi. Penso che sia altrettanto legittimo interrogarsi sulla qualità ed efficacia di corsi che hanno l’obiettivo di formare gli operatori che sui posti di lavoro hanno il compito di contribuire alla salvaguardia della salute e sicurezza dei lavoratori.

Sarà quindi necessario, se si condividono queste perplessità, avviare una riflessione che porti alla introduzione di meccanismi di controllo sull’erogazione della formazione in merito alla salute e sicurezza del lavoro proprio in considerazione della necessità di garantire che le strutture formative e i docenti adottino un codice etico adeguato e vantino adeguate professionalità sulle metodologie didattiche, oltre che sulle tematiche trattate.

Ciò allo scopo di garantire che i corsi in tema di salute e sicurezza dei lavoratori si svolgano, al di là degli aspetti meramente nozionistici, secondo un approccio sistemico, culturale e didattico che sottolinei, oltre ai fattori organizzativi e legislativi, anche gli aspetti e i risvolti psicologici che sottendono alle problematiche della salute e sicurezza dei lavoratori ponendo in forte risalto le connessioni esistenti e spesso sottovalutate tra l’attività lavorativa e il benessere e l’integrità del proprio corpo.

Fondamentale in questa fase della formazione è agevolare, secondo un approccio andragogico, la instaurazione di un clima d’aula che favorisca l’apprendimento, che sia emotivamente sicuro, in cui i partecipanti si sentano certi di non essere giudicati dagli altri partecipanti e dal docente ma aiutati a orientarsi verso un cambiamento “evolutivo” in un clima in cui i partecipanti possano concedersi la possibilità di “sbagliare”.

In tale ottica la formazione deve far prevalere la visione di una sicurezza che, travalicando il semplice istinto di autoconservazione e di affrancamento dal dolore, garantisca oltre all’integrità individuale e collettiva lo sviluppo di una responsabilità sociale dell’impresa e dei lavoratori che vi operano. Ciò anche in coerenza con quanto previsto dal Decreto Legislativo 81 del 2008, denominato “Testo Unico della Sicurezza”.

Secondo tale impostazione sarà necessario che il formatore sostituisca ad una didattica meccanicistica e nozionistica, vista come semplice adempimento professionale imperniato sul trasferimento di conoscenze secondo modalità passive, una metodologia formativa che si ponga l’obiettivo di coinvolgere il lavoratore trasferendogli “sensazioni” che aiutino a far percepire la sicurezza sul lavoro anche come un fatto etico e sociale.

Il Formatore oltre che “docente” deve svolgere il ruolo di “coacher” per far divenire il bisogno di sicurezza una esigenza del lavoratore, per se e per il gruppo all’interno del quale opera, una esigenza professionale al pari di qualsiasi altra competenza lavorativa da poter vantare e accrescere.

Deve utilizzare metodiche di formazione esperenziale e coinvolgenti per far toccare con mano e vivere il collegamento tra i modi di agire connessi alla questione sicurezza, le dimensioni psicologiche che sottendono e gli effetti devastanti per l’integrità fisica che possono assumere alcuni comportamenti e/o atteggiamenti.

Deve porre al centro dell’azione formativa la dimensione “gruppale” della sicurezza del lavoro proprio in quanto il lavoro è un processo di gruppo che presuppone legami reciproci tra i membri da cui dipende la esistenza ed integrità fisica dei singoli. E’ proprio questa condizione di reciprocità tra il singolo ed il gruppo che deve essere sottolineata nei processi formativi attinenti la sicurezza sul lavoro, in modo che ciascuno si senta responsabile, oltre che della propria, anche della sicurezza del gruppo e della collettività.

Naturalmente la riflessione sulla sicurezza in ambito formativo non potrà che partire dalla dimensione individuale che finalizzi la formazione a dotare il singolo lavoratore di strumenti idonei a scandagliare il proprio livello psicologico di valutazione del rischio secondo parametri accettabili di salvaguardia dell’integrità fisica ed autostima, affinando nel contempo la percezione di se in relazione livello di pericolo (modalità di avvertire il pericolo, avere percezione delle soglie di pericolo e del limite delle abilità personali, avere chiaro la mappa dei rischi,…) e di attenzione ai segnali del proprio corpo.

Dunque un nuovo approccio formativo che lavori sui vissuti delle persone agendo ed inter-agendo con le esperienze personali dei lavoratori.

L’obiettivo, come detto in premessa, è di andare oltre la mera formazione culturale e nozionistica ma agire sulla formazione personale dei singoli lavoratori sia a livello esperienziale che psicologico. La meta deve essere la creazione di un sistema di prevenzione responsabile e consapevole ove l’attore primario sia il lavoratore.

Voglio chiudere questo intervento con qualche riflessione sul periodo di pandemia che stiamo vivendo. La situazione di emergenza ha imposto a tutti noi una modifica degli stili di vita e di lavoro e come formatori dobbiamo prendere atto che il mondo della formazione ne uscirà sicuramente modificato in relazione al modo di concepire il rapporto formatore-discente e agli strumenti da utilizzare nel processo formativo.

In questo periodo di blocco forzato delle attività d’aula si è fortunatamente fatto ricorso alla tecnologia informatica che tramite web ha permesso, volenti o nolenti, di proseguire le attività di formazione per quelle parti e quegli argomenti che non comportassero attività manuali e di pratica con strumentazioni.

Di questa esperienza ne beneficerà anche la tradizionale formazione in aula. I contesti e i rapporti con i partecipanti da parte dei docenti in aula dovranno svilupparsi mediante le nuove dimensioni “interattività”, “esperienza” ed “apprendimento immersivo”.

Gli stessi programmi, ancora disciplinati dai decreti legislativi e dagli Accordi Stato-Regioni che potremmo definire di “seconda generazione” relativamente alla loro progettazione e gestione, potranno evolvere secondo logiche di “terza generazione”.

L’errore che noi formatori della salute e sicurezza sul lavoro dobbiamo assolutamente evitare è di mettere in concorrenza e contrapposizione la formazione erogata in aula con quella fruita tramite sistemi multimediali.

Dal “paidagogos”[1] e dal “grammatikos”[2] dell’antica Grecia, nel corso dei secoli molto è cambiato nel mondo della didattica e della formazione e molto cambierà ancora. La sfida che ci attende è quella di rimanere sempre aggiornati e condividere le innovazioni metodologiche e tecnologiche, che influenzeranno il mondo della formazione, pur garantendo sempre un adeguato livello di contenuti ed efficacia della nostra offerta formativa, soprattutto perché da essa dipende la integrità psico-fisica dei partecipanti ai nostri corsi.

Note

[1] Nell’Antica Grecia i genitori affidavano i propri figli, a partire dai 6 anni, alle cure di uno schiavo denominato “paidagogos”

[2] In epoca ellenistica si diffuse la figura del cosiddetto “grammatikos”, il professore che si occupava della formazione letteraria dei giovani tra i 14 e i 18 anni.

 

 

Articolo a cura di Francesco Naviglio

Francesco Naviglio, nato a Roma nel 1948, è residente dal 1999 in provincia di Brescia.

Ha svolto la formazione formale frequentando il Liceo Scientifico Augusto Righi di Roma, la facoltà di Scienze Politiche alla LUISS e di Sociologia alla Sapienza di Roma oltre al Corso concorso di Formazione Dirigenziale presso la SSPA di Caserta.

E’ stato Direttore del Servizio Organizzazione e Formazione dell’Enasarco e in INAIL, Responsabile del Servizio Organizzazione e Controllo, Direttore provinciale dell’INAIL, Direttore Vicario del Centro Elettronico (2004-2006) e Direttore del Servizio Formazione.

Dal 2009 è Segretario Generale dell’Aifos e Formatore certificato della sicurezza sul lavoro oltre che Auditor certificato per gli schemi ISO 9001 e OHSAS 45001. Ricopre anche il ruolo di Presidente di Aifos Service, società di servizi di Aifos.

Per Aifos è membro della Commissione UNI/42 – Sicurezza sul lavoro e di diversi Gruppi di Lavoro.

E’ autore di numerosi articoli e pubblicazioni sui temi della sociologia dell’organizzazione, della formazione e della sicurezza sul lavoro.

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