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Il ruolo della negoziazione in contesti di crisi

Per negoziazione operativa si intende un metodo di gestione dei casi di reati nei quali siano presenti ostaggi, mediante l’intervento di figure specializzate a trattare la liberazione degli stessi.

Alcuni studiosi fanno risalire l’inizio delle ricerche sulle diverse modalità di gestire le situazioni di crisi in presenza di ostaggi all’episodio verificatosi a Monaco nel settembre del 1972, quando alcuni terroristi del movimento palestinese “Settembre nero” presero in ostaggio 11 atleti israeliani che stavano partecipando alle manifestazioni olimpiche. In quell’occasione, le richieste avanzate dai sequestratori furono respinte e la polizia di Monaco decise per l’intervento armato. A seguito dello scontro a fuoco così sviluppatosi e durato circa un’ora e mezza, morirono 17 persone: 1 poliziotto, 5 degli 8 terroristi e tutti gli 11 ostaggi [1]. L’episodio, già di per sé violento e tragico, ebbe una cassa di risonanza ancora maggiore in virtù del contesto nel quale venne a svilupparsi e indusse molti Paesi a riconsiderare il ruolo delle forze di polizia nella gestione di questo tipo di crisi.

Con il termine “negoziazione” (dal latino negotium) si indica la conduzione di una trattativa, di un “affare”.
La negoziazione è considerata come un processo di interazione in cui due o più parti cercano di accordarsi su un risultato reciprocamente accettabile in una situazione di conflitto, nella forma di relazione tra due o più soggetti sociali con lo scopo di raggiungere un determinato accordo e obiettivo.

Quindi, un’efficace comunicazione è in questo caso fondamentale per salvare vite umane.

Nella condizione specifica di sequestro di ostaggi, parliamo di negoziazione operativa strategica, dove la comunicazione e l’ascolto diventano strumenti strategici per tutelare l’individuo sequestrato e prendere tempo affinché la situazione di crisi possa risolversi al meglio.

Per comprendere un incidente con presa di ostaggi, è di dovere conoscere quali tipologie di persone compiano tali gesti.

Gli esperti in materia si concentrano prevalentemente sulle motivazioni del sequestratore.
Una classificazione completa e interessante è quella dello studioso Call, che propone sei categorie di sequestratori:

  • emotivamente disturbati;
  • estremisti politici;
  • fanatici religiosi;
  • criminali;
  • detenuti;
  • categoria di combinazione.

Generalmente, gli esperti di ostaggi suggeriscono nelle prime fasi di raggruppare i sequestratori in tre tipologie distinte: criminale, politica e psicologica; a seconda del tipo di sequestratore con cui il negoziatore entra in contatto occorre usare strategie di negoziazione specifiche.

Lo studioso Goldaber ha compilato una tabella particolarmente utile agli ufficiali delle forze di polizia, dove, con un linguaggio semplice, riassume specifiche informazioni sui nove sottogruppi di sequestratori, in relazione al “chi”, “cosa”, “quando”, “dove”, “perché” e “come” agiscano.

Esempio:
personalità suicida: individuo instabile, depresso, con uno squilibrio cronico o acuto.

  • Qual è la sua caratteristica distintiva? Non gli importa di essere ucciso, è guidato da un singolo scopo;
  • Quando ha preso l’ostaggio? In uno stato emotivo di grave scompenso;
  • Dove ha commesso il fatto? Nel luogo che gli porta le massime soddisfazioni;
  • Perché l’ha fatto? Per soddisfare un desiderio di morte, esercitare dominio e risolvere il proprio problema;
  • Come ha preso l’ostaggio? Con provocazioni irrazionali, attraverso un comportamento furtivo.

È necessario che il negoziatore sia uno specialista in queste situazioni, preparato nel campo della negoziazione. Deve essere una persona diversa da quella che ha il potere di decidere e, attraverso il linguaggio e la comunicazione strategica, deve guadagnare tempo: lo scopo è salvare prima di tutto il sequestrato.

Il suo è un ruolo critico, rappresentando l’alternativa all’intervento armato.

Deve essere un conoscitore della scienza della persuasione, per stabilire e mantenere un contatto con il sequestratore; deve saper valutare le dinamiche comportamentali, così da percepire ogni segnale gli giunga dal sequestratore; deve saper effettuare velocemente un’analisi dei rischi e avere solide competenze in ambito psicologico.

Un buon negoziatore dovrà avere “competenze sociali e comunicative” intese come insieme di capacità che servono per mettersi in relazione con gli altri in modo utile ed efficace, comprendere l’altro e attivare il self-control.

Le vittime che si trovano sotto sequestro possono essere definite passive e accidentali in quanto si sono trovate casualmente sul percorso del reo (come nei casi frequenti di barricamento in seguito ad una rapina in banca) ovvero preferenziali, se sono state scelte per il loro ruolo o status, come nel sequestro a scopo di estorsione; si parla poi di vittime simboliche, se sono state scelte per colpire un’ideologia o uno Stato che si considera oppressore, come nelle azioni terroristiche.

Una particolare dinamica del rapporto fra criminale e vittima è la teoria nota come “Sindrome di Stoccolma”. Un fatto diventato ormai simbolo di tale dinamica accadde nel 1973, in cui una donna in ostaggio stabilì un forte legame affettivo con uno dei rapinatori; simile fu il caso dell’americana Patricia Hearst che, dopo essere stata rapita e tenuta in ostaggio, condivise le ideologie dei suoi rapitori e partecipò addirittura a successive attività criminose.

Nel caso specifico in esame, la situazione con ostaggi si verifica quando un sequestratore detiene una o più persone per motivi “strumentali”.

Il soggetto ha bisogno delle forze dell’ordine o di altre autorità per soddisfare le sue specifiche esigenze; gli ostaggi sono dunque un mezzo per raggiungere i suoi obiettivi. La presa di ostaggi può essere definita come un evento triadico, coinvolge infatti tre soggetti all’interno di un’unica circostanza (sequestratore, ostaggio e negoziatore) e di conseguenza si attivano tre processi di comunicazione, tre relazioni differenti e dinamiche emotive importanti .

Dato poi che il sequestratore vuole qualcosa da un terzo soggetto vi è una significativa possibilità che ci sia spazio per la contrattazione.

Per Dalfonzo (agente speciale presso l’accademia Fbi di Quantico, Virginia) le caratteristiche principali di una situazione in caso di presa di ostaggi vedono:

  • il sequestratore orientato verso un obiettivo;
  • il sequestratore dichiarare le proprie richieste, tra le quali, di solito,quella di poter fuggire;
  • il sequestratore bisognoso della presenza della polizia per agevolare le richieste stesse.

Generalmente il sequestratore sottolinea che le richieste non soddisfatte si ripercuoteranno sugli ostaggi, ma sa anche che mantenerli in vita impedisce una risposta tattica da parte delle forze dell’ordine.

La negoziazione operativa condotta dalle forze di polizia si fonda e comincia quindi da un processo di comunicazione vero e proprio: per questo motivo il negoziatore deve essere un eccellente comunicatore e un grande e paziente ascoltatore di quello che l’interlocutore ha da proporre.

I negoziatori devono “limitarsi” a negoziare, svolgere liberamente le trattative e non assumere mai posizioni di comando, che potrebbero fargli perdere la concentrazione e la lucidità richieste in quella determinata situazione .

È necessario mostrarsi disponibili e flessibili di fronte alle richieste, devono essere pronti a proporre possibili alternative, devono far sì che siano le persone che hanno di fronte a fare la prima mossa. Per dimostrare fiducia ed empatia nell’approccio con il sequestratore è importante l’analisi della comunicazione non verbale e para-verbale, principalmente il tono vocale, essendo la negoziazione operativa spesso una comunicazione a distanza e senza possibilità di contatti oculari diretti con il sequestratore.

Il tono della voce permette di percepire il significato di ciò che dice il negoziatore, in quanto ne riflette preoccupazioni ed emozioni.
Più correttamente, si dovrebbe parlare di empatia relazionale, intesa come la capacità di sentire e pensare l’altro come parte imprescindibile del rapporto, capirne il ruolo e lo spazio occupato.

Per quanto riguarda l’Italia, sono state istituite “forze speciali” che vedono al proprio interno figure professionali esperte nella negoziazione, ad esempio nell’ambito dei GIS dell’Arma dei Carabinieri. Lo strumento della negoziazione è talvolta usato nella gestione dell’ordine pubblico – come manifestazioni e grandi eventi in cui sono presenti personalità pubbliche politiche o religiose – ma, al riguardo, emerge sempre più l’esigenza di una formazione aggiornata, continua e sistematizzata.

 

Articolo a cura di Giacomo Buoncompagni

Giacomo Buoncompagni. Laureato e specializzato in comunicazione e criminologia. Dal 2017 è dottorando di ricerca in sociologia della comunicazione presso l’Università di Macerata. Le su tematiche di ricerca riguardano la comunicazione strategica e di crisi, l’analisi dei media e la violenza online. E’ vincitore del premio Pareto per la Sociologia 2019 ed autore del volume “Forme di Comunicazione Criminologica” (Aras 2018).

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