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Il Metodo Cooperativo come Tecnica di Strategia Internazionale

I – L’antica Roma…

Si potrebbe sostenere ([1]) che una delle ragioni per cui l’impero romano divenne così vasto e durò a lungo sia da ricercarsi, cosa che potrebbe sembra un controsenso, proprio nella assenza dei moderni e veloci sistemi di trasferimento dati.

La gestione della governance nell’Antica Roma rappresenta infatti un esempio prodigioso di abilità manageriale di predisporre i principi a cui il singolo gestore di governance si sarebbe dovuto attenere. Tra questi vi era, da una parte, la abitudine ad un approccio sistemico, che vedeva nel Benessere pubblico un assioma da cui trarre ispirazione; dall’altra, la abitudine ad applicare principi di efficacia ed efficienza pratiche.

Quindi, la governance non avveniva sul fatto o sull’atto, tantomeno su ogni fatto od atto, ma li precedeva.

Era infatti impossibile farsi illusioni circa la possibilità (al di là dei riusciti “miracoli” di ingegneria civile e militare e della cura prestata alle comunicazioni) di esercitare un effettivo diretto controllo su un generale od un governatore di provincia. Una volta che il Funzionario avesse avuto la nomina, “… non restava che seguirne con lo sguardo la partenza con il carro ed attendere le varie notizie …” che comunque non sarebbero potute esser trasmesse in tempo reale ([2]). Era pertanto fuori questione la nomina di un uomo che non fosse provatamente esperto ed all’altezza del compito: la scelta veniva fatta certi che il prescelto conoscesse perfettamente stato, istituzioni e finalità politiche dell’azione amministrativa, nonché fosse in grado di valutare ponderatamente tutte le conseguenze – interne ed esterne – della propria azione.

Infatti, se le comunicazioni possono definirsi strumento per la trasmissione di dati e delle informazioni, ai fini del mantenimento del Controllo –di per sè – non sono mezzi non produttivi di effetto diretto ([3]).

E proprio il ‘rapporto di guerra’ ce ne dà l’esemplificazione massima: qui ci sono due situazioni che devono essere preparate, organizzate, preservate, implementate, cioè A) la catena -o ‘consequenzialità’- del comando e (B) la catena della comunicazione. Ad esse si aggiunge (C) la catena del controllo.

A tale processo, sempre in ambito militare prima, poi industriale, qualcuno ha messo una sorta di ‘servo-meccanismo’, cioè una preventiva e successiva messa alla prova della resistenza, efficienza ed efficacia dei meccanismi utilizzati: la modellizzazione, la simulazione, la certificazione.

II – Le forme giuridiche della cooperazione tra stati, tra enti internazionali, tra entità e poteri sovranazionali

Negli anni ‘70’-’90 esisteva un metodo che racchiudeva varie pratiche per la cooperazione con l’estero.

Era la ‘cooperazione allo sviluppo’ che, formalmente, esprimeva tutta la possibile formalità di uno spirito definito ‘aiuto ai P.V.S.’, ma di fatto comprendo la loro sete o necessità di espansione. Probabilmente esso era uno dei frutti di quel mondialismo post 2a GM, a sua volta figlio dell’internazionalismo successivo alla 1a GM e che aveva antenato il “pan-umanesimo” illuminista e risorgimentale ([4]).

Fu di quel periodo la istituzione della S.d.N., della C.R.I., dei vari Istituti internazionali di cooperazione e/o assistenza (dall’I.L.O. all’’UNIDROIT, dal COMECON alla CECA).

Aspettative velleitarie? Forse.

Comunque, dopo, anche grazie alla crescita esponenziale dell’informatica, che ha anche prodotto modificazioni varie nelle istituzioni e nei comportamenti di quasi tutti i popoli, la iper-interconnettività ha generato la ‘globalizzazione’ la quale, più che una tendenza è divenuta una situazione –per ora- ineludibile.

E’ stato detto che le società sono predestinate a crescere; diciamo anche che i tutti i gruppi sociali sono predeterminati ad espandersi.

Per quanto concerne i ‘gruppi sociali primari’, già nell’antichità erano conosciute forme di espansione quali le ‘primavere sacre’ e le azioni degli ‘ecisti’, se non anche le mere guerre di espansione.

III – Organizzazione: di strategie, strutture, risorse umane e materiali

Stiamo vivendo già da tempo un processo di cambiamenti che – peraltro – non tocca solo l’Italia, ma l’intero mondo che ne risulta –appunto- globalizzato.

Momenti culminanti e peculiari che credo si possano cogliere, sono, da un lato, la globalizzazione, la interconnessione, la iperdimensionalità.

Dall’altra la delocalizzazione, la decontestualizzazione, la fluidità fenomenica ed istituzionale. Esempi dei quali si hanno nelle così dette privatizzazioni, nell’uscita dell’intervento statale dall’impresa e dal mercato, la maggiore tecnologia insita nei prodotti, la dematerializzazione dell’apporto lavorativo umano.

E’ altrettanto chiaro -anzi ovvio, ma qui se ne può solo richiamarne l’esistenza – che il fenomeno della rappresentazione giuridica di tutto quanto detto ha un impatto enorme, sia di fatto – ove non lo si volesse vedere – sia di diritto.

Tra quelli, il processo di “privatizzazione” dell’economia pubblica o partecipata.

Non posso non notare che esse si inquadrano in una ben precisa direzione adottata dalla POLITICA INDUSTRIALE COMUNITARIA, già molti anni or sono, forse con un occhio troppo abituato ad un punto di vista dell’area nordeuropea, con tutto ciò che comporta, ad iniziare da un sostrato sociale ed istituzionale diverso e, soprattutto, con differente atteggiamento al ‘gruppo’ ed alla ‘proprietà’. Ed infatti, se c’è un difetto (più di ‘operatività’ che ‘di origine’) è proprio il fatto che le politiche comunitarie risultano –talvolta- seguire soprattutto i nodi di pensare dei Paesi membri che le gestiscono.

In ogni caso, decisivi sono la giurisprudenza della Corte di Giustizia comunitaria e gli atti amministrativi della Commissione.

Già con l’adozione del principio del DIVIETO DI POSIZIONI DOMINANTI e, quindi, con quello del DIVIETO DI AIUTI STATALI ALL’ ECONOMIA NAZIONALE, la vecchia CE individuò bene che una presenza non coordinata di forti entità aggregatrici di potere nell’ambito delle singole economie, poteva concretizzare effetti di DISTORSIONE alla complessiva economia comunitaria e, quindi, al complessivo ordinamento giuridico.

Inoltre, in particolare, l’intervento a carattere pubblicistico dava luogo alla introduzione nell’ economia di mercato di elementi particolari, spesso anche a valore meta-economico e, comunque, a considerazioni che avrebbero invece dovuto esser valutate in sede comunitaria, non nazionale (es.: aiuti per regioni depresse).

In sostanza, l’entrata nel MEC e successive modifiche, rappresentava – di per sé – l’adozione del criterio di libero scambio. Ciò, quindi, comportava la caduta di qualsivoglia volontà e/o strumento che ponesse in essere direttamente od indirettamente una distorta concorrenzialità tra i fattori produttivi. Ogni intervento, eventualmente, dovrà essere concertato a livello comunitario o, addirittura, esser preso da autorità comunitarie. L’ unico criterio oggettivo a questo proposito, credo, consiste nel considerare il RAPPORTO COSTO/BENEFICIO tra fine voluto e mezzo impiegato. In questo quadro, pertanto, lo Stato – in quanto parte, non come “struttura” – deve intervenire il meno possibile, ovvero lo deve fare al di dentro le normali regole di mercato, COME UNA QUALSIASI ALTRA PARTE e per il raggiungimento di quelle finalità che si è posto con le proprie leggi.

In fondo, questo ci fa comprendere le difficoltà incontrate nel mercato interno – sia per far costituire delle aree no-tax, sia il riconoscimento della permanenza di stati paradiso fiscale.

Peraltro, oramai già da tempo si fa un crescente ricorso alla parziale o completa “esternalizzazione” di attività, compiti e di interi servizi (della qual cosa, esempi vanno dal lavoro “a termine”, al contratto chiavi-in-mano, al subappalto, alle linee produttive “a domicilio”).

E cosa è, tutto questo, se non una risposta alla non-mobilità del lavoro, da parte dell’impresa che ha già da tempo scoperto la “mobilità del capitale”? (concetto che, peraltro, era già racchiuso in uno dei principi cardine del Trattato istitutivo della CEE, cioè: la libertà di circolazione e quella di stabilimento). Uno dei possibili riflessi della delocalizzazione del lavoro, ritengo sia la possibilità di generare – a livello macro economico – delle economie di scala: forme di esternalizzazione e lo stesso telelavoro, permetterebbero ad esempio di attuare il “job sharing“, cioè lo stesso lavoratore potrebbe esser utilizzato da più aziende [5]

Ma, allora, taluni si chiedono se la “delocalizzazione” del lavoro, possa essere sinonimo di “colonizzazione“?

E questo interrogativo ne fa venire un altro: ….tenendo presente che negli ultimi decenni si è verificato un movimento da Est ad Ovest (di investimenti diretti) e da Sud a Nord (di migrazione umana), conseguito anche tramite operazioni di earth grabbling – “dirette” (come la materiale acquisizione di terra, di cui o viene meramente acquistata la proprietà, oppure viene prelevata, trasportata a distanze di migliaia di chilometri ed ivi lavorata) ed “indirette” (quali le operazioni commerciali speciali, come ad esempio: la costruzione della ferrovia sino-europea ([6]), l’acquisizione di scali portuali, l’acquisizione di filiere produttive nazionali) ([7]) – e di operazioni ‘neutre’ da parte dei fondi internazionali d’investimento, … tutto ciò potrebbe o no costituire un depauperamento del Sistema Occidentale, posto che detta movimentazione comporta acquisizione –non mutualistica- di tecnologia ? ([8])

IV – Comunicazione: un diritto, un dovere, una garanzia di trasparenza

L’impressione personale è che di ‘comunicazione’, perlomeno quale ‘arte’ e come ‘scienza’, se ne sia poco parlato. Se cerco fino al 1900, posso trovare ottimi testi su come ‘comunicare il potere’, su come ‘’legiferare’, sui vari codici di condotta tra persone ed istituzioni (es. codici diplomatici, etichette e regole di corti, sulla retorica, ..) ma non sul senso e sugli effetti del comunicare ([9]). Strano .. specie se si pensa che in quello che è stato ritenuto ‘libro dei libri’, cioè la Bibbia, si dice che tutto iniziò con l’ideazione del Verbo da parte di Dio.

Dico subito che, a mio avviso, l’azione del Comunicare non equivale a Parlare, né ad Informare, o Dialogare, Istruire, Comandare; … semmai potrebbe dirsi che essa equivalga a Fornire segnali, ma anche a Collegarsi.

Nel primo senso, diciamo che possiamo indicare quella atavica attività di dire qualcosa di sensato a qualcun altro. Il che comporta, chiaramente, che Emittente e Ricettore del segnale (o messaggio) siano entrambi educati ad una certa decodifica perlomeno di alcuni simboli.

Nel secondo, possiamo vedere che il Comunicare determina comunque un ‘collegamento’ con altri. Ed entrambe questi passaggi, come si accennerà, sono momenti determinanti per la stessa permanenza e/o arricchimento del gruppo sociale che adotta quei simboli.

V – Tutto è comunicazione, tanto il contenuto quanto il contenitore.

Specificatamente con riferimento alla P.A., poi, l’evoluzione del rapporto di scambio (che peraltro ha come obiettivo il criterio costi/ricavi) con il cittadino, comporta probabilmente che le pubbliche istituzioni ([10]) s’indirizzino verso l’adozione di una “comunicazione integrata di base” (che tenda, cioè, ad omogeneizzare la c. interna e quella esterna) e di una c. “finalizzata” (tendente, cioè, ad aumentare il livello di efficacia dell’attività svolta dal settore pubblico).

Conseguentemente, tra l’altro, risulta evidente che la Comunicazione non deve esser considerata “parte accessoria” bensì ‘integrante’ i servizi resi dal Privato e dal Pubblico.

Conseguentemente, risulta necessario passare da quella che è stata chiamata “c. unidirezionale” (P.A. > Cittadino), necessariamente autoreferenziale, ad una “c. a due vie”, in cui si attui un costante scambio ed in cui il riferimento sia oggettivo ed unico (i giuristi ricordano ovviamente la storia infinita della “discrezionalità” dell’azione amministrativa).

Pertanto, in una società complessa – ritengo -, lo Stato non ha più solo il dovere di formare, ma anche quello di informare i cittadini, oggi “cittadini – clienti”.

In questo modo, con le opportune regole normative, le Istituzioni stesse si autotutelano: il flusso di informazioni fluisce in linea bidirezionale, portando a migliorarsi e irrobustirsi: il buon servizio viene di norma retribuito ([11]).

Peraltro, tutto ciò viene reso ancora più necessario dall’essere al di dentro di una realtà giuridica, istituzionale ed economica a dimensione europea, nella quale la libera concorrenza non si applica solo alle imprese, ma anche alle norme ed alle istituzioni!

Ovviamente, anche se la comunicazione costituisce un “processo relazionale di reciproco arricchimento”, ciononostante la normativa di cambiamento istituzionale dell’azione amministrativa richiederebbe un’applicazione dei canoni e dei mezzi di comunicazione che non rappresentino una mera trasposizione di quelli che sono propri alle imprese private: la Funzione è concetto che deve esser presente nell’azione della PA. ([12]).

A quei canoni si dovrebbero aggiungere elementi quali il garantismo, la neutralità, il rispetto delle minoranze e delle differenze culturali ([13]). Non solo garanzia di diritti formali e legalità, quindi, ma anche rispetto dei principi di funzionalità / economicità / innovazione ([14]).

VI – ‘Uomo dell’anno’ – edizione 2030 -: un human computer collegato a snodi di rete

1940

La nostra storia potrebbe esser fatta cominciare ([15]) allorchè G. STIBITZ e S. WILLIAMS, concepiscono quella che viene definita come la prima macchina da calcolo elettromeccanica, battezzandola “calcolatore a numeri complessi” ([16]).

Istallata nel gennaio ’40 nella sede della Bell co. a Manhattan, la telescrivente invia segnali d’ingresso e fornisce – alcuni secondi dopo – i risultati. Nel settembre dello stesso anno, ne viene istallata una seconda a km. 400, nel New Hampshire: davanti ad un pubblico qualificato, viene così fornito un esempio di calcolo elettromeccanico a distanza.

1990

In Francia c’è “Mediapolis”: una centrale telematica di compravendita a distanza, di spazi pubblicitari per televisioni ([17]).

2000

In Germania c’è Hermes, non è un computer in senso stretto, tantomeno un mero software è l’agente per gli acquisti di musica on-line!

E ciò ci introduce in una dimensione – oggi – assolutamente normale. Tanto normale da far crescere enormemente il numero di soggetti non umani presenti ed operativi in rete (nel 2012, per la prima volta nella storia, la quantità di traffico internet generato da non umani ha eguagliato quello degli umani; ed è in aumento!):

Sulla base delle proprie meta-conoscenze e conoscenze generali, Hermes effettua ogni giorno, di propria iniziativa, esplorazioni della rete, al fine di ottenere informazioni specifiche, come quelle relative a prezzi e disponibilità dei rivenditori presenti sul mercato. … Infine, Hermes ha a disposizione un insieme di strategie da usare nel marketplace, e in particolare, per interagire con le controparti e contrattare con loro ….”.

2020

Aerei guidati sempre più con ausilio di meccanismi software autonomi, droni dotati di sistemi sofisticati di auto implementazione e aut-apprendimento, parti di ricambio automodellanti, …..[18]

 

Questi esempi rappresentano la crescente smaterializzazione del lavoro, prodottasi soprattutto con la rivoluzione industriale ([19]), ad essi vanno aggiunti i precedetti casi di delocalizzazione del lavoro, resi possibili proprio dalle telecomunicazioni. Anzi, anche di disumanizzazione …che non vuol dire ‘condizioni di lavoro proibitive per il dipendente, ma proprio che i dipendenti sono sempre più figure non umane.

Dapprima, ciò ha consentito di mettere in discussione l’organizzazione tradizionale del lavoro; in seguito, modificherà sempre più la natura stessa delle attività umane, anche attraverso.

E’ una constatazione: oggi, in vario modo, l’uomo è un “terminale dati”.

Cioè, egli è interconnesso con la macchina. Un esempio, forse banale, è dato dal fatto che molti lavoratori utilizzano il computer e gli altri strumenti informatici e telematici e, quindi, ne diventano automaticamente “parte” ([20]). Il treno, l’aereo, l’automobile, la casa in montagna; …. ma il telefono mobile ed il computer seguono sempre o quasi il lavoratore, il “terminale umano” ([21]). L’ufficio diventa “virtuale” ed il terminale diventa umano; …. e viceversa ([22]). Ma c’è di più: l’uomo diventa ‘bionico’ ma anche i computer diventano ‘umanoidi’.

VII – Human spare parts and Androids

Nello specifico, si devono anche ricordare i vari tentativi, a volte maldestri e altre volte molto avanzati, per costruire qualcosa di simile all’uomo ([23]).

La moderna tecnologia si sta avvicinando a questo risultato, anche attraverso interventi che tendono al ‘mero’ ricambio di parti umane degenerate ([24]).

Non è del tutto inutile, credo, pensare a questi tentativi, non solo come a esplicazioni del desiderio umano di emulare il Creatore, non solo il naturale evolversi della ricerca scientifica (forse anche spinta da esigenze dell’industria), ma quale effetto della moderna globalizzazione e della relativa “connettività immanente”.

Mi riferisco a tutti i vari “meccanismi ausiliatori dell’uomo, iniziando dagli strumenti di calcolo, di visione ed in genere ogni oggetto atto ad ampliare i sensi percettivi; a tecniche e strumenti predittivi; in particolare ad automi ([25]) ed androidi ([26]).

Vari sono stati gli antecedenti storici dei così detti ‘robot’ ovvero meccanismi in grado di riprodurre – per certi versi e per alcune modalità – il comportamento umano, sia quello automatico (o ripetitivo) che relazionale (o creativo).

Partiamo dalla fine: già oggi esistono ‘macchine così intelligenti’, non solo da provare sentimenti primari, ma soprattutto capaci di decidere.

Si pensi alla necessità di mutare la programmazione di puntamento di un’arma, installata su un proiettile che non può più ricevere comandi.

La situazione può essere inquadrata allo stesso modo in cui il Diritto Romano trattava gli ‘schiavi’, cioè come “oggetti” o cose, prive di soggettività giuridica? Potremmo forse dire che siamo alla presenza di soggetti che possono essere eventualmente giudicati e condannati? Che possono validamente sottoscrivere contratti di assicurazione per i danni? ([27]).

VIII – …e allora?

Credo che due siano i concetti importanti e portanti per l’attività di P.A., Imprese, Cittadini e per l’intero Sistema-paese: organizzazione e comunicazione. Questi rappresentano i canoni ordinari da applicare alla gestione, ma pure strumenti per tarare e verificare l’efficienza produttiva, pur senza dimenticare che la stessa “organizzazione” è un contenitore di meta-contenuti, un modo con cui si comunica un messaggio, ad iniziare da quello dell’efficienza e trasparenza.

Quindi: “Trasparenza”, per una migliore conoscibilità dello Stato; “Accesso” ai documenti (supporti informatici; elaborazione dati a distanza), per una migliore conoscibilità delle Istituzioni; “Accesso” ai servizi (silenzio assenso; autocertificazione), per una migliore conoscibilità dei Servizi. Questa esemplificazione – se corretta – ci dice che è necessario maggiore e migliore Informazione e Formazione. Ci dice, però, anche che lo stesso supporto tecnico (quindi informatica, telematica, robotica, semionologia) non può non essere utilizzato nell’ambito di questo processo ([28]). “Comunicazione”, quindi, quale strategia ([29]).

IX – NECESSITA’ DI RINNOVARSI PER ISTITUZIONI, SISTEMI GIURIDICI, WARFARES

Come ho già ricordato, oggi il “diritto internazionale”, da “diritto delle relazioni tra Stati” è passato ad essere un “diritto degli individui”. Lo stesso “diritto delle operazioni militari o diritto umanitario” – che costituisce una branca di quello individuabile come il classico diritto pubblico internazionale – codifica comportamenti di soggetti pubblici, le cui violazioni sono concretamente opponibili da parte degli interessati in apposite Corti.

Ciò non deve meravigliare. Da anni ormai, infatti, sono riconosciuti esistere ordinamenti “parziali”, ovvero specifici ‘per materia’ quale quello sportivo (dotato anche di un proprio giudice) e ‘per territorio’, come gli ordinamenti locali (che hanno anche potestà regolatorie, a volte anche di rango primario).

C’è poi un fenomeno dei ‘contro-poteri’ ([30]) e dei ‘poteri-alternativi’ (organizzazioni interne al sistema complessivo, oppure esterne ad esso [31]).

Ma ciò equivale anche ad affermare concretamente l’esistenza di una così detta “dottrina della plurisoggettività ordinamentale” che può peraltro vantare illustri valutatori, da GROZIO ai più recenti SANTI ROMANO e MALINTOPPI.

Si può addirittura arrivare ad affermare che nel futuro si potrà anche non avere più lo “stato”, quale tipica estrinsecazione dell’ordinamento giuridico. E ciò, d’altra parte, non rappresenterebbe altro che un’applicazione della nuova dimensione “non materiale” della realtà, che ne viene toccata nei vari aspetti tanto contenutistici che formali, nell’economia e nel diritto ([32]).

X – Cyber-wars e DIritto

Come detto, la realtà è fatta non solo di virtualità, ma anche di velocità e di interconnettività.

Oggi infatti per stabilire “vitalità”, “coesistenza” e “concretezza” di quella pluralità di ordinamenti (intesi come complessi di entità organizzati, autorefenziantesi, dotati di regole) non solo non è più necessario fare riferimento all’elemento inerte della plurisoggettività, ma non c’è più solo l’ordinamento definibile come “concreto”, ma anche quello “virtuale”.

E’ peraltro vero che vale per le imprese, cittadini e stati, vale per ogni attività, sia umana che ‘non umana’. E ciò anche in caso di conflittualità: il “teatro di operazioni” si estende e si diffonde al di là del campo di battaglia come dipinto in quadri o descritto in poesia.

Esso viene attraversato da reti di informazione di ogni tipo, private e pubbliche, civili e commerciali. Oggi, il così detto ‘campo di battaglia’ è “globale” e si estende nei singoli settori “economico”, “giuridico”, ma anche “contenutistico” quindi si espande nel ‘dominio cognitivo’ oltre che in quelli materiali ([33]).

Inoltre e soprattutto, risulta assolutamente inefficace ed inefficiente utilizzare schemi concettuali ‘classici’ (che sarebbe meglio definire ‘desueti’) per tentare di gestire le nuove – addirittura spesso non prevedibili – situazioni che la stessa galoppante innovazione ci sforna quotidianamente.

Pensiamo a ‘mercato virtuale di Ebay: se non si fosse realizzato un parallelo sistema di garanzia delle vendite, il normale sistema legale/giudiziario sarebbe stato in grado di gestire milioni di operazioni inter-statali? ([34])

XI – Nuove conflittualità e Diritto Umanitario

E’ ormai chiaro, credo: non ha molto senso parlare di ‘guerre’, ma piuttosto di interventi umanitari, all’interno di situazioni di conflittualità (e – a mio modestissimo avviso – bene farebbero alcuni Stati a studiare un proprio più efficiente ed efficace riposizionamento nel contesto dello scacchiere internazionale, da un punto di vista non solo ‘militare’ ma anche geoeconomico).

All’interno, ci sono i vari ‘campi di battaglia’ di una guerra continua e costante dove tutti sono contro tutti …e “non si fanno prigionieri”!! [35]

Come ho già detto, il Conflitto ha cambiato volto di pari passo con la tecnologia e oggi – in modo più esplicito rispetto a prima – non è necessariamente connesso ad un classico “stato di guerra”, nè risparmia gli Stati così detti “neutrali”, che ne risultano coinvolti direttamente o indirettamente.

Puro conflitto, questa è la “guerra economica” che oggi è essenzialmente “guerra alle fonti di conoscenza” e il suo terreno normale è la palude nebbiosa dell’informazione.

Soprattutto negli ultimi venti anni questa situazione costituisce una delle più impegnative sfide del sistema internazionale, coinvolgendo numerosi elementi e fattori della competizione e della conflittualità tra Stati e tra Imprese. Il tutto reso ancora più grave ed urgente dall’esistenza di un quadro di elevata interdipendenza dell’intero sistema delle Relazioni Internazionali e della Geopolitica ([36]).

Gli attori del sistema internazionale post-bipolare hanno infatti visto crescere la conflittualità economica in uno scenario internazionale sempre più dominato dal prevalere di organismi e organizzazioni transnazionali, regionali e tematiche. In tale contesto, i competitors sfruttano tutti gli elementi a disposizione in un contesto spesso privo di diritto – come è attualmente quello cyber -, in cui assenti o comunque non percettibili sono i confini, spesso senza che l’opinione pubblica possa neppure percepire che tale guerra sia in corso o sia avvenuta.

Tale nuovo tipo di guerra – che va oltre a concetti come “guerra guerreggiata” e “guerra tecnologica” ed è definibile come più subdola di tutte le altre, tante da esser stata definita sia ‘indiretta’ che ‘asimmetrica’ e ‘ibrida’  ([37]) – è il possibile risultato di conflitti portati sul piano dell’informazione e nell’ambito della competizione strategica fra sistemi-paese, grandi imprese, entità sovrastatali o astatali, collettività territoriali, chiese e mafie, aree economiche regionali ([38]). Anzi, addirittura, si può dire che riguardi direttamente anche le singole persone, ovunque e comunque posizionate: EACH MAN IS A TARGET!

C‘è poi da dire, in generale, che fino a quando esisterà quel sistema di poteri definito dai Trattati di Westfalia ([39]), Stati e Organizzazioni internazionali avranno il compito di tutelare Cittadini e Consumatori, Imprese e Sistemi attraverso le proprie risorse, capacità organizzative, assets istituzionali, cioè tramite ciò che viene definito “interesse nazionale”, come d’altra parte prevede anche la nostra Costituzione ([40]).

Conseguentemente, benchè in società civili disomogenee manchi (o, comunque, non è compreso) un diffuso e conclamato concetto di “Sistema Paese” – con le ovvie conseguenze sulla mancanza di concreta tutela degli interessi di area (nazionali o comunitari o interstatali) – la costruzione di una solida organizzazione di potere non può prescindere proprio dalla difesa degli interessi economici rappresentati.

D’altra parte, il concetto di Sicurezza Nazionale tende ad ampliarsi ad aspetti economici, ambientali, demografici, informatici, dei flussi migratori, delle comunicazioni. Tra questi la dimensione economica – sia sul versante della protezione che dello sviluppo del sistema economico nazionale – assume certamente carattere di preminenza, rendendo forse necessario un ripensamento dello stesso concetto tradizionale di Sicurezza … anche se, a ben vedere, ciò è stato da sempre tra le prime motivazioni del conflitto tra tribù o stati ([41]).

La fine della guerra fredda aveva posto sul tavolo problemi politici ed etici, attraverso istituti quali: diritti umani, interventi umanitari, trattamento dei rifugiati, sostenibilità ambientale dei processi di sviluppo economico. Nel mondo post-guerra fredda, riaffiorava anche la possibilità che l’ONU potesse ricoprire il ruolo di garante della legalità internazionale e di guida della comunità mondiale e la crisi irachena del 1991, in cui l’ONU aveva assunto un ruolo centrale, pareva confermare questa tendenza. ([42])

L’evoluzione successiva del sistema politico globale ha purtroppo smentito le ipotesi ottimistiche.

Il “nuovo ordine internazionale” che il Presidente Usa G. Bush Sr. voleva instaurare a partire dalla prima guerra irachena, risultò irrealizzabile senza un’opportuna riforma di istituzioni internazionali risalenti al modello bipolare di Yalta. Anche il tentativo compiuto dal successore B. Clinton di ricercare un maggiore multilateralismo e una condivisione degli oneri del governo mondiale, fallì.

Non ultimo, azioni come quelle che l’11 settembre 2001 hanno trascinato ancor di più il mondo in un nuovo tipo di guerra: la conflittualità complessa ….una conflittualità latente, sempre in agguato, eventualmente emergente con forme, modi, tempi spesso diversi e quasi sempre poco prevedibili e magari indiretti.

Anzi, tanto la conflittualità appare esistere come in una continua successione, che qualcuno ha detto che il conflitto ‘guerreggiato o meno’ esiste a prescindere dalle dinamiche sociali. Esso è come se fosse un portato, una conseguenza della società globalizzata.

In tema di universalizzazione dei diritti umani – che impatta indirettamente su quella del diritto umanitario – l’argomentazione che viene avanzata è -da una parte- che in un mondo caratterizzato da diverse visioni della realtà, di ciò che è bene o male, ogni cultura dovrebbe poter esprimere la propria adesione al linguaggio dei diritti umani, nella maniera più  confacente ai propri valori.

Dall’altra, tuttavia, al fine di permetterne una qualche effettività generalizzata, è stata da più parti manifestata la necessità di individuare un nucleo minimo di diritti dell’uomo, che possa essere garantita in ogni stato, a prescindere dal livello di sviluppo economico.

A ciò consegue che si deve anche trovare un sistema di misure atte ad essere legittimamente azionate in caso di gravi violazioni di tali “diritti umani primari”. E c’è chi li ha differenziati rispetto ai “diritti fondamentali”, al fine di lasciare questi alla libera definizione e tutela da parte dei singoli ordinamenti.

Potremmo infine dire che nell’epoca moderna si è dapprima acquisita una “logistica della percezione” – dove i war lords si sono appropriati dell’orizzonte percettivo, dotandosi di sensi / contenuti e modi / contenitori per rappresentare una qualche realtà, nonché per presentare sé stessi al mondo. E ciò ha reso la comunicazione istituzionale – quella generale e quelle specifiche, quale la gestione delle cose militari – simile ad una grande regia cinematografica.

Successivamente, ora, ci troviamo di fronte ad una “logistica semiotico-comunicativa”.

Qui il teatro di operazioni si estende e si diffonde al di là del campo di battaglia, il quale viene attraversato da reti di informazione di ogni tipo, anche (e soprattutto) civili e commerciali. E’ il contesto della ‘realtà virtuale’, dove non esistono più le 5 dimensioni, ma un’unica iper-dimensione ([43]).

XII – Sicurezza Nazionale e lotta per il Dominio Cognitivo

Da quanto detto finora, risulta piuttosto ovvio che nell’era post-moderna è venuto a modificarsi il concetto stesso di ‘dominio’.

Se da una parte il criterio di ’territorio’ viene ad essere modificato in ‘reale’ e ’virtuale’, ampliando o contraendo i concetti stessi di ‘confine’ e di ‘dominio materiale’; dall’altra la ‘società’ ha perso alcuni degli elementi naturali, anche modificandone essenza e/o percezione, tanto che si è parlato di ‘società fluida’.

Se risulta vero ciò che è stato affermato, cioè che Comunicazione e Conflitto sono coessenziali, entrambe tali contesti oggi ancor di più dimostrano costituire due facce di una stessa medaglia, dove esistono

(A) attori ibridi – ci troviamo sempre di più di fronte a figure miste che operano sia in zone lontane che in prossimità di conflitti (tecnici informatici, esperti di comunicazione e di didattica, analisti e studiosi di ecologia, psicologi, ingegneri delle catastrofi, architetti urbanisti, hackers arruolati, giuristi

(B) modelli compositi di conflitto – Targets, Assets, Governance non sono più immutabili e cambiano spesso la sequenzialità della catena di comando / controllo / comunicazione. Questa viene mutata in senso tecnico-funzionale, dove l’intervento armato diviene “opzione” possibile fra altre disponibili e dove di certo alta è l’ibridazione fra “civile” e “militare”, sia come ruoli che come obiettivi.

(C) concezione di intervento – i possibili contesti operativi interessano l’intero stato, non solo i suoi assets a forza cinetica. Ecco perché è essenziale che non siano solo componenti ‘intrinsecamente’ militari ad agire. Quindi viene a cambiare il ruolo della “guerra”, che diventa una “operazione umanitaria” o un a ‘operazione di polizia’, od anche una ‘operazione culturale’ ([44]).

In questo contesto, pertanto, non “necessario”, è “vitale” parlare di un “Sistema di Sicurezza Nazionale”. Un sistema chiaramente ‘integrato’ tra componenti pubbliche e private, civili ([45]) e militari, coordinato fino ad includere ogni cittadino.

Ma –a parere dello scrivente- deve essere rimodellato con criteri asimmetrici e fluidi.

XIII – Territori, Confini, Identità

Come detto, la realtà -o meglio, quella che noi percepiamo come tale- si è sempre più dematerializzata. La finanza e l’economia si sono dematerializzate e la moneta –come ogni istituzione diventerà fluida- diventerà sempre più ‘virtuale’. Il territorio, classico elemento per determinare il ‘dominio’ ha perso molti aspetti tipici e comunque non è più l’elemento unico del Potere e delle sue manifestazioni. La Cultura è oramai internazionale, sempre più avulsa dal contesto materiale. Alcuni dei più importanti istituti giuridici hanno perso molta importanza ovvero ha acquisito nuovi orizzonti, come la proprietà, l’immagine, la persona. Le istituzioni sono sempre meno una espressione dei soggetti oggetto di governance. Gli stessi classici soggetti di posizioni giuridiche attive e passive non sono più costituiti da ‘umani’, ma esistono esseri dotati di elementi ibridi, a base umana o a base sintetica.

Problematiche non ancora risolte individuano tematiche ardue nelle varie interazioni tra uomini, animali e macchine. Situazione, questa, che tra non molto ingloberà anche ‘non-esseri’, quali gli alias e gli ologrammi.

Per rimanere agli umani, la personalità proiettata in rete è stata definita “il sé frammentato che emerge dal rapporto vissuto all’interno della rete” ([46]). Il virtuale, cioè, sarebbe il luogo dove noi sperimentiamo la pluralità degli aspetti del nostro io frammentato.

La psicologia vede la realtà virtuale come potenzialità di nuove esperienze e relazioni che ci consentono di entrare in rapporto – anche in nuove modalità- con personalità diverse e con diversi aspetti della nostra personalità. Una personalità che quindi diventa ibrida, multipla, creativa ([47]); in definitiva “liquida” ([48]).

Tuttavia, la conoscenza non è indipendente, ma connessa e relativa all’attività psichica del soggetto ([49]). Ci troviamo dunque già di fronte ad un concetto di realtà sublimata o, ancora, virtuale.

Tale concetto è stato ampliato dall’ avvento delle nuove tecnologie, che ci fornisce – in modo sempre maggiore (si pensi, ad esempio, alla futura “augmented cognition”) – la possibilità che tale realtà già definibile come “fantasmatica, sublimata, virtuale”, tale non sia più ([50]).

Anzi, tanto si sta andando verso una sorta di “concretezza dell’immaginato”!

Pertanto già ora non ha più senso domandarsi se esista una realtà (in sé) al di fuori della conoscenza che abbiamo di essa, cioè della ‘conoscenza percepita’: la risposta sarebbe affermativa, anche sulla base delle varie scoperte medico scientifiche e di ingegneria genetica ([51]).

La realtà virtuale allora è una realtà come un’altra, o meglio non è che una delle possibili ricostruzioni dello spazio che il nostro cervello ci può proporre per interpretarlo.

Tale diversa e nuova “realtà” ci offre nuove possibilità ed esperienze, nuovi modi per esprimere la pluralità degli aspetti del nostro io frammentato; aspetti che, quindi,  non sono meno “reali” di quelli manifestati nella così detta vita quotidiana.

Reale e virtuale non sono dunque in contrapposizione, non sono bene e male, positivo e negativo, sicuro e incerto, ma due tipi di esperienze o modellizzazioni o conoscenze della realtà [52].

Se così è, allora la domanda non è “come si pone il Diritto nei confronti di queste nuove declinazioni della Realtà”, bensì come ci vogliamo porre noi Uomini nei confronti della necessità di normazione di questi “nuovi mondi” e, poi, quali siano i principi giuridici che meglio si prestano a questa ‘razionalizzazione normativa’.

Ma … tale ‘necessità’ è proprio inevitabile? O meglio, posto che l’uomo attuale con passi giganteschi avanza verso una ‘nebbia esistenziale’, sarà possibile gestirne la rappresentazione giuridica, quindi la sua normazione?

Il problema oggi, infatti, non è più solo quello di carattere astratto “se i computer possano pensare”, o “se le macchine abbiano un anima”.

Il problema è proprio pratico: esistono sistemi intelligenti che gestiscono – al posto ed oltre le forze e le capacità umane – situazioni con evidenti effetti economici, sia commerciali che finanziari.

Si può risolvere tutto come si fa con gli animali e gli oggetti “in custodia” ? Si può oggi relegare la tutela del contraente e del consumatore solo ad un rapporto con un’azienda che (forse) non gestisce – né tecnologicamente, né commercialmente – il suo “dipendente-robot” ?

XIII – MEDIAZIONE DI INTERESSI, RISOLUZIONE DEI CONFLITTI

Nella situazione come delineata e come si va evolvendo, al sottoscritto –innanzitutto – apparirebbe utile definire, non solo in cosa consista un ‘interesse da perseguire’, ma cosa sia un conflitto di interessi.

A ben guardare, tuttavia, tale è il fine stesso del Diritto: prevenire o risolvere questioni, disciplinando l’agire degli appartenenti ad un gruppo sociale che quel diritto si è dato. Ciononostante, oggi, specie in taluni campi o settori, più che la regolazione dei conflitti, è più sentita l’esigenza di una loro gestione. Conflitti che, molto probabilmente, nascono da irrisolti problemi culturali e/o personali.

Ne sono esempi due situazioni: i conflitti tra interessi culturali e i conflitti tra interessi diffusi. Caratteristici i primi, delle questioni internazionali; i secondi, di quelle nazionali. Per entrambe, tuttavia, ciò che farà da sfondo sono considerazioni di ordine socio-economico, prima tra tutte quella che vede oggi il sorgere o l’accentuarsi di crisi inter-locali, in quello che ho definito il neo-localismo nell’era globale.

Nella mia visione, proprio questa situazione e la contemporanea mancanza di istituzioni e regolamentazioni valide super partes a livello globale, come conseguenza potranno far nascere micro-conflitti diffusi, oltre che instabilità economica complessiva ([53]).

Pertanto, qualora coesista una mancanza di valori-guida sufficientemente collegati al consenso, venendo progressivamente a decaratterizzarsi lo “Stato” (ma ugualmente potrebbe dirsi per la “Religione”) come riferimento culturale ed istituzionale, vi è la concreta possibilità che si dia vita ad una serie di focolai di crisi socio-economica, di “micro-conflitti” che gli Stati da sé difficilmente potrebbero essere in grado di gestire.

Da una parte, in questo discorso si potranno evidenziare alcune parole “chiavi”, quale omogeneizzazione, interconnessione, globalizzazione. Esse smascherano un fenomeno nuovo: il veloce ed intenso interscambio informativo, anzi tecnologico. Il dato non ha più solo importanza in sè, ma come elemento di conoscenza ulteriore; la macchina, ancora una volta, modifica il tempo umano.

Dall’altra, l’indagine per riscontrare dove e come si potranno gestire queste nuove situazioni, andrà effettuata in specifici settori, ad esempio forniti da specifiche materie di impatto, quale il commercio elettronico, la comunicazione istituzionale, i rapporti tributari internazionali

Ne torna, preponderantemente, in evidenza l’importanza del concetto di ‘mediazione di interessi’, in particolare quello attuato nelle forme della ‘cooperazione internazionale’.

 

Note

[1] JAY, A., Macchiavelli ed i dirigenti d’ azienda, Milano, 1968, p. 73.

[2] Ma questa avveniva pure nelle più recenti esperienze coloniali, anche italiane!

[3] AGOSTINO DI IPPONA, Scritti, Roma, 1990, soleva dire “ama Dio e fa quel che vuoi”!.

[4] Nello studio “La cooperazione internazionale nelle aree di crisi: esiste un contributo specifico ai processi di pace dell’approccio decentrato?” ( http://www.cirpac.it/pdf/pace/pace4.pdf) c’è una interessante notazione organizzativa “La cooperazione internazionale e gli interventi umanitari in aree di conflitto possono avere ricadute negative sulle popolazioni locali, fomentando la violenza diretta e strutturale e gli antagonismi.

(a) Il furto degli aiuti o il loro uso a favore dei gruppi combattenti possono protrarre le ostilità. (b) Attraverso il controllo del flusso di aiuti, i belligeranti possono aumentare la propria influenza nei confronti di rifugiati e gruppi di opposizione indeboliti dalla mancanza di risorse. (c) L’afflusso di aiuti può determinare distorsioni nell’economia locale, pregiudicando la sua ripresa. (d) L’aiuto umanitario può portare in sé anche dei messaggi impliciti, come l’accettazione dei termini di guerra, la legittimità di gruppi estremisti e organizzazioni criminali/mafiose, l’impunità per i criminali.

L’assenza di coordinamento negli interventi può limitare l’autonomia degli attori umanitari nei confronti di gruppi e mafie locali Il frequente turnover tra gli operatori e la scarsa continuità degli interventi in fasi post-conflittuali con la cooperazione di lungo periodo rischia di frammentare l’esperienza di accreditamento e confidence building maturata a livello locale nelle prime settimane di azione.

La Cort.cost. it., con Ord. 15.04.2008, n. 103 , ha confermato che la materia della cooperazione allo sviluppo resta sostanzialmente preclusa all’intervento legislativo regionale, essendo tuttora in potestà della autorità nazionale.

[5] Evidentemente, a quel punto, si tratterebbe di normativizzare delle forme di tutela contro soprusi e sfruttamenti illeciti del lavoratore stesso, come anche delle nuove forme assicurative e contributive adeguate.

[6] Il servizio Euro-Asian Landbridge di FERCAM offre una valida alternativa al trasporto via mare e via aerea Lunedì 17 maggio 2021 è stato lanciato un nuovo servizio di treno merci tra Cina ed Europa. Il nuovo binario collega la città di Wuwei, situata nella provincia cinese nordoccidentale di Gansu, a Duisburg in Germania. Si tratta di un treno merci con ben 50 container che compie un viaggio di oltre 9.000 km per 18 giorni. “Oltre 10mila treni tra Cina ed Europa in otto mesi” (Venerdì, 3 Settembre 2021, https://www.trasportoeuropa.it/notizie/ferrovia/oltre-10mila-treni-tra-cina-ed-europa-in-otto-mesi/)

[7] Il 110% i sé costituisce una assurdità di ingegneria fiscale, peraltro di aleatoria portata – come stanno scrivendo vari giornali e le stesse circolari ministeriali sembrano affermare -, anche criticata in Europa. Da un punto di vista di finanza pubblica, la manovra però assume un senso nuovo, ove la si ponga in relazione alla Riforma del Catasto, dove i beni così ammodernati e con classi energetiche maggiori riceveranno ulteriori apprezzamenti. E la luce si tinge a tinte fosche, ove si consideri che i fondi di investimento internazionali stanno acquisendo a piene mani molti immobili che gli verranno ammodernati a spese degli italiani.

[8] Puntualizzo: per ‘tecnologia’ o ‘livello tecnologico’ di un paese, si intende il grado di evoluzione sistemica e di portato valoriale.

[9] Il più famoso testo a riguardo credo sia Watzlawick, P. -Helmick Beavin, J. -deAvila Jackson, D., Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi, del 1967, elaborata nella scuola di Palo Alto.
Questi studiosi hanno messo in evidenza che il comunicare non consiste solo in uno scambio di notizie ma rappresenta, soprattutto, il modo attraverso cui le persone cercano di influenzare il comportamento degli altri e le relazioni in cui si trovano. Essi cioè ritengono che sia possibile pensare che i rapporti interattivi tra individui siano determinati essenzialmente dai tipi di comunicazione che essi adoperano fra loro.

Nella loro ricerca di sistemizzazione, descrivono la comunicazione come oggetto di studio di tre differenti discipline: (A) sintassi studia le caratteristiche della struttura della frase, quindi comprende i problemi legati alla codifica e decodifica dei messaggi; (B) semantica studia i significati che vengono definiti attraverso le parole; (C) pragmatica studia gli effetti pratici e concreti della comunicazione sui comportamenti delle persone.

Watzlawick e i suoi colleghi hanno individuato 5 assiomi che descriverebbero ogni tipo di comunicazione: (1) Non si può non comunicare. Comunicare è un atto comportamentale per cui anche il non parlare rappresenta un messaggio che può essere interpretato dagli altri. Si pensi, ad esempio, ad un ragazzo in treno che ascolta della musica con gli auricolari. Nonostante non stia emettendo messaggi verbali, le persone che lo vedono possono interpretare il suo ascoltare la musica come desiderio di non essere importunato ed ecco che il ragazzo, anche non intenzionalmente, sta comunicando qualcosa alle persone che lo circondano. (2) La comunicazione presenta un livello di contenuto e un livello di relazione. Il livello di contenuto si riferisce alle informazioni concrete che vengono trasmesse tra persone che stanno dialogando. Il livello di relazione riguarda le informazioni che, più o meno intenzionalmente, queste persone si stanno scambiando riguardo al tipo di rapporto che esiste tra di loro. (3) Le sequenze comunicative possono essere analizzate in base alla punteggiatura. Ogni interazione è caratterizzata da una serie di scambi tra due o più persone ed ogni messaggio emesso da una persona può essere interpretato come stimolo e/o riposta ad un altro messaggio. (4) La comunicazione può essere numerica o analogica. La comunicazione numerica riguarda lo scambio di messaggi che avviene tramite il linguaggio parlato o scritto. La comunicazione analogica riguarda la comunicazione non verbale come, ad esempio, la postura del corpo, il tono della voce, l’espressione del viso. (5) Le interazioni possono essere simmetriche o complementari. Simmetriche sono le comunicazioni che avvengono tra due persone che si pongono su uno stesso livello. Complementari sono le interazioni tra due persone su due livelli differente in cui uno dei due occupa una posizione dominante rispetto all’atro. La pragmatica della comunicazione umana ha messo in evidenza l’importante ruolo che riveste la comunicazione all’interno delle relazioni interpersonali.

[10] Cfr.: FIORENTINI, G., La comunicazione pubblica: diritto del cittadino e dovere dello stato, in: Finanza, mark. e produz., rivista/inserto n. 10 di Italia Oggi, 2.7.1993. Si v. inoltre: BUTTICE’, A., Comunicazione e forze di polizia, Roma, 1990.

[11] Si ricordino due esempi di “retribuzione di un servizio reso al pubblico”: la nuova “tassa sulle società” e le “tariffe per i servizi amministrativi in dogana”.

[12] Se con l’avvento del telefono è sorto – per il personale e le aziende – un problema di connettività con l’esterno, ciò è stato accentuato con l’introduzione – sempre più massiccia – della informatica. Conseguentemente, ne deriva una stringente necessità di gestire – tanto all’ interno, quanto all’ esterno – la Comunicazione.

[13] La Circolare “SACCONI” – poi in art. 12, D.L. 29/93 -ipotizzava l’istituzione generalizzata di “uffici per le relazioni con il pubblico” a livello decentrato, nonché la programmazione dell’attività di comunicazione dell’Amministrazione centrale, coordinata dal Dipartimento per l’Informazione presso la Presidenza del Consiglio.

[14] Risulta (indagine effettuata da G. FIORENTINI, op. cit., per la SDA Bocconi) che, mentre anni fa era dominante la visione solo garantista dell’atto amministrativo, oggi si nota un concreto orientamento verso l’attività di servizio, che sarà dominante in prospettiva. La comunicazione, da elemento accessorio o cosmetico, della attività amministrativa – specie degli enti locali – diventerà elemento necessario e condizione di operatività, tanto all’ interno che all’ esterno del soggetto pubblico.

La qualità dei servizi pubblici è l’insieme degli elementi che fanno percepire al cittadino la corrispondenza tra offerta e domanda di servizio pubblico. Per fare un parallelismo in campo tributario, non ha grande senso confrontare le aliquote, né gli elementi che concorrono a formare la base imponibile, al fine di paragonare e misurare le differenti pressioni fiscali nazionali, se non si abbina ciò ad una valutazione della efficienza burocratica statale. In questo ambito, conseguentemente, l’apporto dello strumento Comunicazione, diviene indispensabile al fine di rendere coerenti, leggibili e credibili i modelli di “codifica comunicazionale” tra emittente-impresa (es. Comune, Provincia, Regione, Ente pubblico erogatore di specifici servizi) e ricevente-cliente (cittadino).

[15] ETTIGHOFFER, D., L’impresa virtuale, Padova, 1993, p. 13.

[16] Credo si possa affermare che la ‘scoperta’ della Comunicazione quale fenomeno da studiare e comprendere, sia strettamente connesso con l’emersione di altri fenomeni sociali, prima non completamente noti ovvero non specificamente definiti. Mi riferisco alle scienze che studiano le forme e le funzionalità dei gruppi sociali (peraltro, non solo ‘umani’ e non solo ‘animali’).

Ad esempio, leggendo tra la vasta Letteratura in campo socio-economico, raramente ho trovato il riferimento al ‘rapporto a rete’. Ad esempio, ne ha brillantemente ma antesignanamente trattato LUHMANN (1927 / 1998) (Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale, 1984) “i ‘sistemi biologici’ hanno dei confini fisici e temporali (nascita e morte), i ‘sistemi sociali’, invece, si definiscono solamente in base al senso e ciò che li costituisce è l’azione: essi sono complessi di azioni intrecciate che creano una certa stabilità in seguito all’instaurarsi di reciproche aspettative.”

Quanto al problema della legittimità, Luhman afferma che dato che nelle moderne società il mondo giuridico si è fatto estremamente complesso, è impensabile che i cittadini si conformino alle norme in quanto valutano effettivamente i loro contenuti: la legittimità è garantita dal rispetto di determinate procedure. Così, la democrazia non è realmente basata sulle capacità di decisione dei cittadini sulle scelte politiche da effettuare ma piuttosto sul loro rispetto di determinate regole formali quali quelle del sistema elettorale.

La differenziazione, dunque, comporta che all’interno del sistema società si formino alcuni fondamentali sottosistemi: l’economia, la famiglia, la scienza, la politica, ecc. Ogni sottosistema ha un suo particolare strumento di comunicazione: quello dell’economia è il denaro, quello della famiglia è l’amore, quello della scienza è la verità, la politica ha come mezzo di comunicazione il potere.

Già BOGDANOV A. (1873-1928) peraltro, originale filosofo russo, descrisse come utile costruzione quella di una nuova scienza universale che consisteva nella unificazione di discipline sociali, biologiche, fisiche, proprio in considerazione che fossero ognuna dei sottosistemi di relazioni e ricercando i principi organizzativi che stanno alla base di tutti i sistemi. Ricordo che Bogdanov si ritiene abbia anticipato ed influenzato la costruzione della ‘Cibernetica’ di WIENER N. e la Teoria dei Sistemi Generali di VON BERTALANFFY !Ma ancora prima di Boganov, ci fu un altro filosofo della scienza tedesco, NOIRE’ L. (1829-1889) che si cimentò con la costruzione di un sistema monistico che usava il principio di conservazione dell’energia, quale uno degli elementi strutturali.

Principio che, come vedremo, sta proprio alla base di quel criterio della Trasmissione Efficiente di Valore che conduce a creare punti di riferimento oggettivo nellle attività umane, specie quelle che determinino rilevanti “costi di transazione sociale”.

[17] Mi risulta che, oltre che negli USA, l’idea di facilitare il le attività lavorative per mezzo delle telecomunicazioni, sia molto apprezzata in Francia. Dove, tra gli altri, A. TOFFLER, nella sua opera Lo choc del futuro (1972), avvalora tale tesi, predicendo un “ritorno all’industria familiare”.  …forse che il Medioevo prossimo venturo (R. VACCA) è vicino?

[18] A proposito dell’arma recentemente adottata dall’US Army: qualcuno li chiama “Stratollites”, cioè a metà tra palloni aerostatici e satelliti, con un’orbita più bassa, un sensore di nuova concezione in grado di misurare i modelli del vento e un design in grado di eseguire cambi di volo in modo efficiente in base a tali letture. Possono cambiare altitudine, catturare i venti e mantenere la posizione entro 19 chilometri da un obiettivo specificato per quattro giorni.

[19] Il telelavoro e la mobilità de lavoro – oltre che quella dei capitali – quale strumento – anche – per un riassetto del territorio? Con grande probabilità si può affermare che i nuovi strumenti telematici annullano le intermediazioni fisiche classiche; essi trasformano, quindi, le nostre relazioni con l’ambiente La nuova situazione non è – evidentemente – priva di aspetti rischiosi, basti considerare la circostanza che il “lavoratore esternalizzato”, producendo magari presso la propria abitazione, difficilmente potrà esser tutelato, salvo con un corretto ed appropriato approccio culturale e normativo. A tal proposito, basti ricordare il lavoro cottimista, ma anche quello svolto a domicilio, il telelavoro, quello stagionale, soprattutto poi se effettuati a grande o grandissima distanza. Si pensi peraltro a quanto incide sulle aziende e sugli enti previdenziali (oltre che sui soggetti) la salute e l’ambiente: le malattie professionali e sociali, nell’attuale stato di sincronismo lavorativo sono, infatti, all’ordine del giorno. Ma anche i vari danni indotti – ad esempio le ore perse per il tempo libero e per lo stesso lavoro nel caos quotidiano del traffico (inquinante!) – creano costi indiretti enormi.

Si pensi, poi, ai vantaggi – di varia natura – di ipotesi come: la informatizzazione delle delibere consigliari e delle altre attività degli enti locali; la possibilità dei telecertificati; la informatizzazione dei catasti edilizi; la creazione di banche dati centralizzate per anagrafi e enti di erogazione di servizi pubblici, quali acqua, energia elettrica, gas, telefono. In quest’ambito, penso di poter dire che, ricorrere, oggi, all’off shore working – scoperto, già da tempo dalle imprese, al fine di risparmiare sul costo della mano d’opera e degli oneri fiscali e parafiscali – risulta un bisogno sociale, che deve pertanto esser considerato non più solo dalle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni e per la lotta alle evasioni fiscali.

Tra gli altri v.: CARLI, C.C., La protezione giuridica degli interessi finanziari della Cee, in: A.A.V.V., Le frodi ai danni del bilancio e dell’economia della CEE, quaderni di Rassegna Tributaria, n. 3. marzo 1993; idem, Europa comunitaria (Necessario un sempre più stretto coordinamento tra le politiche finanziarie, monetarie e fiscali), in: Tributi, n. 5, maggio 1882, p. 111; idem, Verranno aboliti i tributi diretti nella unione economica e monetaria europea?, in: il Finanziere, dicembre 1992, p. 34; idem, Una nuova tecnica negli scambi con l’ estero. Utilizzo di organismi extra-territoriali, quali gli “off shore centers: i casi di Gibilterra ed Egitto , in: Interscambio, n. 5, maggio 1988, p. 213.

[20] Gli esempi, però, potrebbero continuare, arrivando a quelli qualitativamente più sviluppati: i caschi dei piloti di aereo sono collegati a sensori posti sul corpo umano; quelli, tramite movimenti (ma anche col pensiero? …. si ricordi che già le navi fenicie avevano connessioni con le “madri-faro” a terra!) forniscono comandi al computer di bordo,

[21] Se si riflette, da anni il telefono non è più associato ad un luogo, ma ad una persona. Anzi, oggi, già è collegato ad un computer e domani all’ uomo computer.

[22] Anche la graziosa cassiera del negozio sotto casa, oggi, si è trasformata in un registratore di cassa parlante. Pure l’arcigno banchiere è divenuto una cassa continua. Oggi, poi, si parla (sull’ esempio del film famoso di Whoody Allen) della macchina per il sesso. Siamo destinati a perdere anche il barbiere?

[23] HANNO CREATO DEI ROBOT VIVENTI IN GRADO DI RIPRODURSI … In una nuova sbalorditiva svolta che sembra essere uscita dalle pagine della fantascienza, gli scienziati hanno creato i primi robot viventi in grado di autoreplicarsi. Il team di biologi e scienziati informatici della Tufts University, dell’Università del Vermont e dell’Università di Harvard ha pubblicato la propria ricerca sui robot viventi nella rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. “Ne sono rimasto sbalordito”, ha detto Michael Levin, professore di biologia e direttore dell’Allen Discovery Center della Tufts University, co-autore principale dello studio, riporta la CNN.

I robot viventi sono conosciuti come xenobot: minuscole forme di vita larghe meno di un millimetro (0,4 pollici) che sono state create dalle cellule staminali delle rane artigliate africane (Xenopus laevis), da cui prendono il nome. Gli ibridi macchina-animale che i loro creatori affermano come “una forma di vita completamente nuova”, come riportato da innews, sono stati annunciati per la prima volta dagli scienziati nel 2020 dopo che gli esperimenti hanno dimostrato che gli xenobot possono muoversi, lavorare insieme in gruppi e auto-guarirsi. I robot viventi di terza generazione (xenobot 3.0) possono auto-promuoversi usando gambe simili a peli chiamate ciglia, hanno la capacità di registrare ricordi e replicarsi. “Abbiamo trovato xenobot che camminano. Abbiamo trovato xenobot che nuotano. E ora, in questo studio, abbiamo trovato Xenobot che si replicano cinematicamente. Abbiamo scoperto che c’è questo spazio precedentemente sconosciuto all’interno di organismi, o sistemi viventi ed è uno spazio vasto”, ha detto l’autore principale J. Bongard, secondo il Mail Online.

[24] …e siamo proprio sicuri che il paziente trapiantato abbia le stesse capacità biologiche e cognitive di colui che è stato oggetto del prelievo?

[25] Tra li altri AA., v. http://www.aising.it/docs/atticonvegno/p737-750.pdf.

Vi sono esempi riscontrabili nella letteratura: “Gli automi nel mondo ellenistico erano concepiti come giocattoli, idoli religiosi per impressionare i fedeli o strumenti per dimostrare basilari principi scientifici, come quelli costruiti da Ctesibio, Filone di Bisanzio (III secolo a.C.) ed Erone di Alessandria (I secolo). Quando gli scritti di Erone su idraulica, pneumatica e meccanica, conservati a opera degli arabi e dei bizantini, furono tradotti in latino nel Cinquecento e in italiano, i lettori iniziarono a ricostruire le sue macchine, tra cui sifoni, un idrante, un organo idraulico, l’eolipila e, appunto, gli automi, sulla cui costruzione Erone aveva scritto uno dei suoi trattati di maggior successo, Automata, in cui egli illustra teatrini automatici dotati di moto autonomo, rettilineo o circolare, per tutta la durata dello spettacolo.

Si conosce l’esistenza di complessi dispositivi meccanici nella Grecia antica, benché l’unico esemplare sopravvissuto sia la Macchina di Antichitera. In origine si pensava provenisse da Rodi, dove sembra esistesse una tradizione di ingegneria meccanica; l’isola era rinomata per i suoi automi; per citare la settima delle Olimpiche di Pindaro: « Le figure animate stanno ritte / adornando ogni pubblica via / E sembrano respirare nella pietra, o / muovere i loro piedi di marmo. »

Nell’antica Cina un curioso resoconto sugli automi si trova nel testo di Liè Zĭ, Libro del Vuoto Perfetto scritto nel III secolo a.C. In esso vi è una descrizione di un più antico incontro tra re Mu del regno di Zhou (1023-957 a.C.) ed un ingegnere meccanico chiamato Yan Shi, un ‘artefice’: « Il re rimase stupito alla vista della figura. Camminava rapidamente, muovendo su e giù la testa, e chiunque avrebbe potuto scambiarlo per un essere umano vivo. L’artefice ne toccò il mento e iniziò a cantare perfettamente intonato. Toccò la sua mano e mimò delle posizioni tenendo perfettamente il tempo… Verso la fine della dimostrazione, l’automa ammiccò e fece delle avance ad alcune signore lì presenti, … »

Nell’VIII secolo l’alchimista islamico Giabir ibn Hayyan inseriva nel suo trattato Il libro delle pietre delle ricette per costruire serpenti, scorpioni ed esseri umani artificiali che fossero soggetti al controllo del loro creatore.

Nell’827 il califfo al-Ma’mun aveva un albero d’argento e oro nel suo palazzo a Baghdad, che aveva le caratteristiche di una macchina automatica: c’erano uccelli di metallo che cantavano automaticamente sui rami oscillanti di quest’albero costruito da inventori e ingegneri islamici del tempo.

Il califfo abbaside al-Muktadir possedeva a sua volta un albero dorato nel suo palazzo di Baghdad nel 915, con uccelli che battevano le ali e cantavano.

Nel IX secolo i fratelli Banū Mūsā inventarono un flautista automatico che sembra essere stato la prima macchina programmabile, e che descrissero nel loro Libro dei dispositivi ingegnosi.

Alī Ibn Khalaf al-Murādī scrisse nel XI secolo il Libro dei segreti risultanti dai pensieri (un trattato di ingegneria meccanica interamente dedicato alla costruzione di complessi automi, in cui descrive 31 automi (21 dei quali orologi).

Analoghi resoconti cinesi di automi volanti si trovano negli scritti del V secolo del filosofo taoista Mozi e del suo contemporaneo Lu Ban, che costruì uccelli artificiali in legno (ma yuan) che potevano effettivamente volare, secondo quanto riportato da Han Fei e in altri testi.

Tra gli altri esempi notevoli di automi vi è la colomba di Archita, menzionata da Aulo Gellio. Dedalo utilizzò l’argento vivo per installare una voce nelle sue statue. Efesto creò automi per il suo laboratorio: Talo, uomo artificiale di bronzo e, secondo Esiodo, la donna Pandora.

[26] il Golem è una creatura simile ad un essere umano fatta in modo artificiale in virtù di un atto magico, attraverso l’uso di nomi sacri. L’idea che è possibile creare esseri viventi in questo modo è assai diffusa nel pensiero magico di molte popolazioni. Tanti idoli e effigi a cui gli antichi rivendicavano di avere dato il potere della parola. I primi approssimativi automi si trovano in riti e cerimonie religiose: statue e simulacri si animano e da queste movenze vengono tratti auspici e previsioni (Cassirer, 1967).

[27] Tale problematica è tutt’altro che sterile, posto che a livello internazionale e comunitario di sta tentando di disciplinarla e considerato che le ‘cose’ si stanno animando e stanno divenendo soggetti per molti aspetti autodeterminantesi.

Ed infatti è di poco fa la seguente notizia: AAA cercasi volti umani da stampare sui robot – I volti scelti riceveranno 250mila euro

https://www.105.net/news/tutto-news/1300370/aaa-cercasi-volti-umani-da-stampare-sui-robot.html?fbclid=IwAR1hB8icXtAWd

[28] Nella G.U. 260, del 5.11.93 è stata pubblicata una Circolare dell’Authority per l’Informatica (Presidenza Consiglio Ministri), che richiesto a ben 8 ministeri, la comunicazione dei contratti in esecuzione al ’93, con importi di importo superiore – al netto di Iva – ai 50 miliardi di lire e, per i contratti a validità pluriennale, se superino i 10 miliardi; ciò, al fine di compiere un monitoraggio.

[29] Appare evidente come la valenza economica di questa trasformazione culturale proveniente da informatizzazione dell’agire e da globalizzazione dell’informazione, sia apprezzabile nella grande e nella piccola impresa, nel professionista e nell’apparato dei servizi pubblici. E tutto ciò non può non esser considerato dal Legislatore che voglia equamente disciplinare il fenomeno delle professioni e delle infrastrutture nazionali.

[30] Come le organizzazioni criminali. Esse sono sempre illecite, ma a volte sono illegali solo in diritto, mentre possono essere tollerate sul piano pratico, soprattutto se ciò corrisponde ad un male minore di quello possibile. Si pensi ai ‘patti’ tra Poteri costituiti e riconosciuti e Poteri ‘specifici’ che gestiscono determinati territori.

[31] Le Comunità religiose spesso formano dei veri e propri Poteri anche di livello ultrastatale. Ugualmente si può dire per taluni poteri economici, quali imprese multinazionali, cartelli finanziari, fondi di investimento, organizzazioni internazionali che riescono anche ad influenzare le azioni di Stati.

[32] A tal proposito si può notare come in passato si effettuasse una tripartizione della regolazione – sulla “organizzazione”, sulla “soggettività”, sulla “normazione” –, quale visione formalistica dell’attività di un ente sovrano. Si rappresentava anche una tripartizione delle funzioni statali – giudiziaria, amministrativa, politica – , veicolo formale dell’applicazione della norma. Si studiava anche una definizione di Stato che partiva da concetti come sovranità, territorio, popolo. …Oggi, nessuno di tali situazioni e concetti appare pertinente ed utile a spiegare e – soprattutto – ad interpretare la realtà. Tantomeno il futuro.

[33] Conseguentemente risulta evidente – ancora una volta – l’imprescindibile necessità di integrazione tra le varie professionalità e le diverse esperienze, anche in settori di per sé “specializzati” quale quello gestito dai militari – cioè il Conflitto – che deve ora essere aperto ai civili.

[34] Per riportarsi sul contesto conflittuale ‘classico’ e per così dire ‘militare’, come si può pensare che la struttura del così detto ‘diritto umanitario’, sia di carattere pattizio che eventualmente consuetudinario possa gestire la conflittualità virtuale? e il Manuale di Tallin a questo proposito fornisce una possibile chiave interpretativa, che però non potrà non essere ritenuta globalmente valida se l’ONU o altra possibile fonte giuridico-etica mondiale non la faccia propria.

[35] Gli esempi, anche nel recente passato, sono tanti. Chi non ha sentito parlare delle “sanzioni” allo Stato Italiano al tempo di Mussolini ed alla Rhodesia di J. Smith, l’embargo agli Stati Federati nella guerra civile americana e all’Iraq di Saddam? Ma anche il così detto “proibizionismo” vigente negli USA intorno agli venti e la guerra al Cartello di Medejin in Colombia o ai Signori della droga in Afganistan, costituiscono altri esempi. La crisi valutaria degli anni ’90 attribuita al finanziere Soros, è ancora un possibile esempio. Ed ancora, esempi sono gli atti di concorrenza sleale attraverso manovre indirette, quale sembra sia stato il sabotaggio del commercio del Concorde da parte delle autorità giudiziarie d’oltreoceano; o la destabilizzazione di Airbus attraverso informazioni varie pubblicate su internet su siti anglofoni.

[36] L’argomento ‘warfare’ non è tra quelli direttamente approfonditi in questo piccolo studio. Ma da tale concetto non si può prescindere. I motivi possono essere vari. Il primo è che non esistono argomenti nel mondo civile, che non siano importanti – per un verso un altro – per quello militare. Basta pensare alle attività e ai meccanismi ‘dual use’, concetto tipico nel linguaggio del mondo petrolchimico. L’altro è che ciò che viene tradizionalmente visto in termini militari, cioè la guerra, in realtà non è più tale!

Infatti, si parla più propriamente di conflitto, pur se con vari aggettivi, e in ciò si viene de facto a sovrapporre a tutte quelle fattispecie più proprie della vita civile ordinaria. Ma … come chiamare le azioni di uno o più stati, compiute per danneggiarne un altro o un insieme di altri? Guerra’? Guerra non guerreggiata? Azioni cinetiche poste in essere da attori non statali? Conflitto? Guerra indiretta? Etc. .. Queste azioni potrebbero essere prese con precipua finalità economica ovvero finanziaria, ma anche relazionale e contrattuale, oppure commerciale e doganale, od ancora brevettuale e come si vede, in nessuno dei citati casi si parla di ‘guerra’, ma morti e feriti ci sono eccome e ci sono perdite finanziarie e/o economiche che a loro volta conducono a vittorie o sconfitte.

Pertanto neppure tratterò di un argomento pur intimamente connesso e che pure mi sta a cuore da tanto tempo, per il quale ho visto prodigarsi sforzi ed energie e sul quale avrei voluto scrivere: il cosiddetto ‘proiettarsi all’estero’ del sistema nazionale. Non ne tratterò per la semplice ragione che, per aversi una tale azione, necessita la presenza di una intelligenza strategica che abbracci –con visione prospettica e complessiva – le varie funzioni statuali, tanto militari che civili, tanto pubbliche che private.

Comunque, sul tema, si possono leggere alcune ottime pubblicazioni, ad es.: il documento elaborato in occasione del convegno IAI-ISPI su “Il ruolo dell’Italia nelle missioni internazionali” (Roma, 25 settembre 2012), che così si auto presenta: “In un contesto mondiale in rapida e continua evoluzione, anche lo strumento delle missioni internazionali va ripensato. È lecito ed opportuno domandarsi quali siano gli interessi nazionali italiani in gioco nelle missioni e che ruolo l’Italia intende svolgere a livello internazionale, definendo meglio il livello di partecipazione militare compatibile con la difficile situazione economico-finanziaria e il necessario adeguamento dello strumento militare. L’Italia ha svolto, soprattutto nell’ultimo ventennio, un ruolo importante nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. La consapevolezza di ciò impone una riflessione su quali siano oggi le nuove priorità e quale sia il livello di impegno sostenibile nel tempo. Un disimpegno italiano dalle missioni internazionali non colpirebbe solo lo status del paese, ma danneggerebbe in modo significativo, e difficilmente rimediabile, anche i suoi interessi di sicurezza, strategici ed economici. Un lusso che l’Italia non può e non deve permettersi”.

E la fine della guerra fredda, in definitiva, segna l’inizio della guerra economica e della guerra normativa”. A tal proposito, Katharina Pistor, nel suo libro “Il Codice del Capitale, spiega molto bene che non esiste la mano invisibile del mercato ma le dinamiche economiche vengono determinate dalle leggi elaborate dagli uffici legali delle multinazionali che condizionano l’economia degli Stati.

A questo stato di cose, è difficile porvi rimedio sia perché le norme penetrano all’interno degli Stati non perché vincolanti, ma perché seguite da tutti, sia perché possono coinvolgere anche altri Stati. Pertanto, non serve più influenzare i singoli parlamenti, basta operare dove si formano le leggi per indirizzarle a produrre un determinato esito. Non è un caso se le banche dati e le più importanti riviste giuridiche sono in mano a multinazionali straniere”.

Si può quindi affermare che guerra economica è soprattutto guerra normativa, devastante, nascosta e molto pericolosa. Per difendersi è necessario creare al più presto strutture di intelligence giuridica e costruire un nuovo modello educativo che non sia più iper-specializzato, non essendo strutturalmente in grado di far comprendere la realtà complessa dovuta all’avvento di internet ed alla globalizzazione.

[37] Cfr.: CARLI, C.C. “cyber warfare versus humanitarian laws” (Parte I – In: www.difesa.it/InformazioniDellaDifesa/periodico/periodico_2013/Documents/R4_2013/38_49_R4_2013.pdf  e Parte II in: https://www.difesa.it/InformazioniDellaDifesa/periodico/periodico_2013/Documents/R5_2013/64_75_R5_2013.pdf

[38] Ovviamente ogni “operatore” avrà proprie caratteristiche, a volte distinguibili con tecniche tipiche della scienza criminologica. E’ ad esempio il caso del differente approccio strategico dell’orientale rispetto l’occidentale: il primo valorizza il combattimento e la sua cultura, il secondo tende a ridurre tale tematica alla sola sfera militare.

[39] Cioè il trattato di Münster ed il trattato di Osnabrück, entrambe città della Westfalia e poi la pace venne poi completata con il  trattato dei Pirenei, del 1659

[40] Splendide pagine quelle dello storico L. CANFORA (Roma antica, il mito del «sistema perfetto – Lo storico greco Polibio esaltò la «costituzione mista», ma fu smentito dalla crisi dei Gracchi, in http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=3168): «Democrazia » torna ad essere una parola problematica e di combattimento, come nelle sue origini ateniesi quando era per lo più usata come disvalore da parte dei suoi implacabili critici. Non solo: si torna liberamente a criticarla proprio negli ambienti che l’avevano brandita come bandiera da guerra fredda.

Si torna a chiedersi quali siano i necessari correttivi (si parla di «governabilità»), quali siano i limiti tollerabili, quale il contrasto di fondo con il criterio della competenza (è l’antica obiezione dei pensatori ateniesi); per non parlare dell’invito ad una presa d’atto dell’inevitabilità del principio oligarchico al di sotto della corteccia democratica. È qui la radice della riscoperta anglosassone del sistema «misto» e della romana costituzione mista, come la intese Polibio: si pensi agli studi di N. MacCormick.

Parallelamente torna a vigoreggiare tra i nostri studiosi del mondo romano, la tendenza a definire democrazia l’ordinamento costituzionale romano, o per lo meno la sua prassi tardo-repubblicana: ordinamento che invece a Polibio (libro VI) e al suo emulo-interprete Machiavelli (Discorsi sulla prima deca di Tito Livio) parve l’esempio perfetto di costituzione mista.

La discussione non è nuova se solo si pensa alla diverse posizioni sostenute in proposito da due grandi romanisti quali F. De Martino e A. Guarino. Ma, significativamente, la visione di Roma repubblicana come democrazia viene rilanciata da uno storico di spicco quale F. Millar (The Crowd in Rome in the Late Republic) proprio negli USA – e l’accoglienza è stata entusiasta, «Historians Give Romans Better Marks in Democracy», titolò il New York Times (23 luglio 1999). E questo si spiega nella realtà, quella americana, dove la trasformazione del meccanismo democratico in costituzione mista è più avanzato e consolidato.

Già K. von Fritz, passato dalla Germania agli Usa negli anni Trenta, scrisse un imponente trattato The Theory of the Mixed Constitution in Antiquity: a Critical Analysis of Polybius’ Political Ideas (Columbia University Press, 1951) partendo dal presupposto non erroneo secondo cui «nessuna parte della teoria politica antica ha avuto maggior influenza sulla moderna politica che la teoria della mixed constitution »; essa ha avuto in Polibio, greco trapiantato a Roma come ostaggio di guerra e ben presto conquistato alla totale ammirazione del «modello» romano, il suo più convinto assertore.

Ai moderni questa classificazione non basta più e la contestazione alla radice del modello classico delle sei forme costituzionali verrà da T. Hobbes. Quella distinzione suscita il suo sarcasmo e viene da lui fatta risalire appunto agli «scrittori greci e romani» ed ai loro moderni seguaci: «Non ci si convincerà facilmente (scrive nel De Cive, VII, 3) – che il regno e la tirannide non sono specie diverse di Stato (…); in cosa differisca il re dal tiranno va ricercato con la ragione, non con la passione. In primo luogo, non differiscono nel fatto che il secondo abbia maggiore potere del primo, perché non si può dare potere maggiore di quello supremo. Neppure differiscono perché la potenza dell’uno è limitata e quella dell’altro no. Chi ha una potenza limitata non è re, ma suddito di chi gli pone limiti. Inoltre non differiscono per il modo in cui hanno conquistato il potere.

Infatti, se in uno Stato democratico o aristocratico un cittadino si impadronisce con la forza del potere supremo, qualora ottenga il consenso dei cittadini, diviene monarca legittimo; altrimenti è un nemico, non un tiranno. Differiscono quindi solo per l’esercizio del potere: è re chi governa rettamente, tiranno chi governa in altro modo.”

[41] Nel testo di HANSON D.V., Una guerra diversa da tutte le altre – come Atene e Sparta combattevano la guerra del Peloponneso, ed. Garzanti, 2008), viene bene messo in risalto l’aspetto economico delle rispettive pretese. Iò vuol dire che, quasi sempre, la conflittualità si è generata ‘per interessi’, la cui esistenza viene studiata dalla Economia.

[42] A distanza di più di cinquanta anni nel Preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell’UE si afferma che: “l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà” e dall’articolo I-2 della Costituzione europea, si dice: “l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti ad una minoranza” .

Oggi, dopo il collasso del mondo comunista e la diffusione massiccia del nuovo “zeitgeist democratico”, che erano sembrate le premesse necessarie per diffondere su scala globale il linguaggio dei diritti umani, si è sgretolato anche l’ordine internazionale bipolare vigente ai tempi dell’approvazione della dichiarazione universale, ma non sembra essere ancora stato sostituito né da un nuovo “imperialismo”, tantomeno da un valido ordine sovrastale.

[43] Vi è però una questione ancora più generale e di tipo teorico che investe la natura stessa della guerra in quanto forma della “conflittualità” con confronto armato: se andiamo a vedere la stessa autopresentazione della NATO, non ci troviamo più di fronte ad un’alleanza politico-militare, ma ad una grande “agenzia di gestione mezzi”. Si tratta di una guerra i cui campi di battaglia sono e saranno disseminati nel tempo e nello spazio e il cui inizio e fine divengono difficilmente delimitabili, non solo per le regìe, ma anche dal punto di vista del diritto.

[44] In tale contesto, ad esempio, cosa potrà accadere se la “comunità internazionale” comincia a considerare una certa zona come un patrimonio dell’umanità suscettibile di “diritto di ingerenza”? come potrà essere considerato l’“attacco preventivo cibernetico” in considerazione della esistenza in tale contesto di un ‘one shot’? Ma poi, siamo proprio sicuri che la predetta ’zona’ sia costituita da un territorio? E sarà anche ‘materia’ o no?

Nel campo dei “rapporti internazionali” – non proprio ‘pubblici’ né proprio ‘privati, cioè tali da essere oggetto non già del (vecchio) diritto privato, ma neppure del (vecchio) diritto pubblico -, quali potrebbero essere i criteri riguardanti azioni contro gli interessi nazionali / generali (non i soliti ‘attacchi informativi’ contro singoli, riferibili a ‘atti criminali’ o, al massimo, ad atti terroristici non politici), come si può pensare di dover riportare il “contrasto cyber” in un “rapporto bellico”?

[45] Ad avviso di chi scrive è opportuna l’avvenuta (non compiuta) riforma dell’apparato di sicurezza delle aziende, con la previsione delle figure dei RESPONSABILI DELLA SICUREZZA; ad essa si dovrebbe abbinare anche la riforma delle aziende di sicurezza, nonchè la standardizzazione della formazione anche di tutti gli altri addetti civili.

[46] Sherry Turkle, docente del Mit e ribattezzata “il Sigmund Freud del cybermondo” in quanto è stata una delle prime a studiare le reazioni dei cybernauti.

Si v. tra gli altri anche: G. Sartor, Gli agenti software: nuovi soggetti del ciberdiritto ? in Contratto e Impresa, 2, 2002

Il problema generale, tuttavia, viene dato dal non aver chiara la differenza tra Complessità e Complicatezza (v. http://www.istanze.unibo.it/oscar/cmplx/complx09.htm), cioè innanzitutto quello di capire la differenza non solo linguistica, ma anche fortemente epistemologica che corre fra due termini che sono solo apparentemente simili: complicato e complesso. Oggi la scienza ha compreso che nella conoscenza della realtà non si tratta soltanto di raccogliere un numero considerevole di dati relativi ad un fenomeno, per meglio definirlo, e che non è il numero elevato di variabili in gioco a stabilire la presenza di una complessità, quanto piuttosto il loro essere visibilmente intrecciate in una rete di relazioni.

Ciò che fa davvero la differenza tra due concetti di complesso e complicato è la scoperta che tutti i fenomeni, soprattutto quelli legati al mondo del vivente, mostrano un’apparente mancanza di ordine nella propria evoluzione e a volte nella stessa struttura, caratteristiche che non permettono di ricostruire certe serie di eventi, come quelle della biologia contemporanea, se non come processi caotici.

[47] Riportato in: http://digilander.libero.it/addamsmorticia/Interneteidentita’virtuale.htm

[48] Nei suoi ultimi lavori, Z. Bauman ha inteso spiegare la postmodernità usando le metafore di modernità liquida e solida. Nei suoi libri sostiene che l’incertezza che attanaglia la società moderna deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. In particolare, egli lega tra loro concetti quali il consumismo e la creazione di rifiuti umani, la globalizzazione e l’industria della paura, lo smantellamento delle sicurezze e una vita liquida sempre più frenetica e costretta ad adeguarsi alle attitudini del gruppo per non sentirsi esclusa, e così via.

L’esclusione sociale elaborata da Bauman non si basa più sull’estraneità al sistema produttivo o sul non poter comprare l’essenziale, ma sul non poter comprare per sentirsi parte della modernità.

[49] Infatti, già Freud aveva proposto il concetto di “realtà psichica” come cosa differente da quella “fisica”. Conseguentemente la psicoanalisi non ricerca la realtà oggettiva, ma il suo vissuto emozionale: non è tanto importante stabilire cosa sia successo davvero, ma confrontarsi con le emozioni e il vissuto del paziente di fronte ad un evento.

[50] Nel caso di Augmented Cognition, ancor più che nella ordinaria realtà virtuale, e invero similmente agli stati di eccitazione, come sarà concepita la responsabilità? attraverso la comune riferibilità del fatto al suo autore o c’è una qualche corresponsabilità di coloro che ‘gestiscono l’aumento di coscienza?

[51] Si pensi alla possibilità di hackerare le sinapsi del cervello, che altro non sono che connessioni biochimiche in cui passano impulsi elettrici. Ovvero la possibilità di espiantare o impiantare ricordi ed esperienze, di modificare la personalità, di reprimere o aumentare le risposte agli stimoli.

C’è poi un altro fondamentale fatto, di carattere epistemologico: noi conosciamo la realtà solo attraverso i modelli di essa che la nostra mente si riesce a costruire. Ricordate il “mito della caverna” di Platone? L’Uomo immagina ciò che sta ‘fuori’ e lo immagina in base a ‘schemi mentali’ già posseduti.

[52] Secondo alcuni psicologi nell’ipotesi più felice può svilupparsi una fecondazione reciproca fra l’identità “virtuale” e quella “reale”, può venir fuori un’identità ibrida, creativa che ha molte facce, e che quindi, riesce anche ad avere molte disponibilità. Nell’ ipotesi peggiore possono venir fuori casi di schizofrenia.

[53] Detta situazione è infatti caratterizzata da un progressivo esprimersi di alcuni specifici fenomeni: l’eliminazione delle barriere tecniche ed atecniche agli scambi di prodotti e servizi; l’adeguamento (di diritto) degli ordinamenti giuridici nazionali a regole comuni di origine comunitaria e/o internazionale; l’accostamento concorrenziale (di fatto) dei fattori produttivi e la sempre più libera localizzazione degli stessi; l’introduzione di norme tecniche uniformi per costruzione, distribuzione, vendita, fornitura di beni e servizi; l’applicazione di un linguaggio uniforme.

Ma se tutto ciò determina una sempre più vasta omogeneità tecnica (implicitamente o esplicitamente tesa a essere anche sul piano giuridico, quindi economico e infine culturale) di un’intera Area, tuttavia non ha prodotto una situazione di completa uniformità. Anzi, coesistono specifiche situazioni socio-economiche nelle singole Zone e sub-zone di diverse Aree. Tale nuova situazione di estrema complessità appare destinata a crescere proprio con l’aumentare della globalizzazione e dell’interconnessione.

 

Articolo a cura di Carlo C. Carli

 

Carlo C.Carli (già OF 2 r / t. Army Leg.Ad. - sp.f. M&S NATO – former In-house Legal Counsel - Avvocato) è un "giureconomista aziendale” formatosi accademicamente nelle discipline giuridiche (consumatori, amministrativo, penale, mare) ed economiche (tributi, società e finanza internazionale) e operativamente quale manager di multinazionali dell'energia e della finanza. Il suo ruolo è stato innanzitutto quello di definire le problematiche, fornendo le possibili risposte nei vari teatri operativi, specie in situazioni ad elevata complessità. Nei campi di competenza ha anche svolto elevata attività consulenziale per soggetti privati e pubblici, attività pubblicistica, attività scientifica (docenza del Diritto Internazionale Tributario - SCUOLA PT / S.S.P.A. / IST.A.DE GASPERI / UNIV.RM ECONOMIA e docenza di Tecniche di Intelligence - UNIV.EU.R.).

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