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Gestione delle emergenze: l’urgenza di una Homeland Security integrata per l’Italia

“Know and then take action”
Sir Arthur Wellesley

Qualche mese fa lessi un’interessante riflessione dell’ex ministra  della Difesa, Elisabetta Trenta, sulla mancanza di una strategia unica di sicurezza nazionale in Italia.

Le parole di Trenta “Coronavirus, perché serve una Strategia di Sicurezza Nazionale”, certamente condivisibili, ci danno ancora una volta lo spunto per un’attenta riflessione sulla necessità che il nostro Paese si doti finalmente di una struttura dipartimentale che assuma in sé la regia unica delle operazioni, nel caso di particolari e delicate emergenze civili.

Una funzionale organizzazione che – al pari del DHS statunitense – coordini uffici, infrastrutture, risorse economiche e umane, per mezzo di una sola voce, impartendo precisi indirizzi di intervento.

Parliamo di un’articolazione istituzionale – quella della Homeland Security – nata in risposta agli attacchi terroristici nine-eleven, parte integrante della più ampia e cosiddetta dottrina Bush; non parliamo esclusivamente di un sistema di prevenzione del crimine, ma di un complesso che abbia ampie capacità di strutturarsi attraverso efficaci politiche di prevenzione e coesione sociale, come del supporto dei più moderni sistemi ICT, per realizzare un sistema Homeland che caratterizzi la prevenzione e la difesa dell’intera nazione da ogni possibile vulnerabilità e componente di rischio (security, safety, emergency).
Va in ogni caso rilevato come negli stessi USA, nonostante il descritto e articolato sistema di gestione delle emergenze esistente, ad oggi si registrino forti difficoltà nel contenere i contagi: poiché infatti molte decisioni continuano a dipendere dalla politica – criticità che, prevedibilmente, permarrebbe anche nel nostro contesto – persistono inefficienze, personalismi e, trattandosi di Stato federale, anche significative disparità tra le diverse aree del Paese.

Tornando all’Italia, purtroppo, in questo settore siamo ancora in forte ritardo. Difatti, i cronici problemi emersi nell’emergenza Covid-19 la dicono lunga sulle disfunzioni emerse nel coordinamento e controllo; è chiaro, come tutto ciò dovrebbe spingere urgentemente il legislatore nel dotarsi di un vero e proprio dipartimento Homeland, che veda la compartecipazione di più soggetti pubblici e privati, partendo dalle Regioni fino alle più alte istituzioni, per concretizzare nuove e importanti metodologie strategiche di Sicurezza nazionale.

Non dimenticheremo mai la nobile opera dei volontari ai quali saremo debitori a vita, ma è pur vero, purtroppo, come l’azione della Protezione Civile così com’è articolata, da sola non basta più, perché funzionalmente ha mostrato i suoi limiti, tra farraginosi regolamenti, superate tecnologie, inopportuni supercommissari.

Negli Stati Uniti, ad esempio, il Dipartimento per la sicurezza interna (DHS) utilizza e coordina direttamente tutti gli strumenti legali, sociali, sanitari, logistici e di sicurezza (security, safety, emergency, defence, intelligence) a sua disposizione, a scopo preventivo e in difesa della nazione.

Al suo interno è allocato il FEMA (Federal Emergency Management Agency), agenzia federale per la gestione delle emergenze, con funzioni proprio di protezione civile, difatti, contro il Coronavirus ha predisposto una risposta nazionale senza precedenti negli USA, per scongiurarne la crescita, limitando il più possibile la trasmissione tra le sacche sociali più vulnerabili.

Pertanto, è solo il Dipartimento a dirigere, appunto, l’intera potenzialità amministrativa presente all’interno della confederazione: dai governi statali a quelli locali, dalle forze armate a quelle di polizia, dall’industria pubblica a quella privata.

Allora ci chiediamo: cos’è realmente la prevenzione nel campo della sicurezza nazionale? Quando, dove, chi,  ma soprattutto, come si applica?

Ad esempio, nella prevenzione è fondamentale identificare sempre la diversità dei fattori di rischio, perché ci sono fattori di rischio non modificabili, sui quali non possiamo intervenire, rischi parzialmente modificabili, riferiti all’incidenza quindi richiederanno del tempo per essere corretti, e in ultimo i rischi modificabili perché sempre correlati alle nostre scelte.

Invece, nel contesto della sicurezza, essendo un sistema cd aperto e ciclico,  non ci può essere un inizio e una fine, perché va osservata sempre una circolarità nella sua concretizzazione fondamentale, attraverso l’analisi, la valutazione, la misura, la pianificazione, la gestione, etc.

Del resto, non garantiremo mai un’efficiente prevenzione e un’efficace sicurezza se non abbiamo le necessarie capabilities nelle attività di Difesa e di Intelligence; peraltro, più una nazione è in grado di difendersi, praticando attività informativa di intelligence, più questa produrrà sicurezza interna.

Mai come oggi, in piena emergenza pandemica, sentiamo parlare di prevenzione e sicurezza: cioè, di quella capacità necessaria per neutralizzare ogni possibile minaccia indesiderata, endogena o esogena – finanche un “semplice” evento naturale – che, manifestandosi improvvisamente, possa mettere in pericolo la stabilità socio-economica, la sicurezza pubblica e sanitaria di una nazione.

Tuttavia, per una efficace attività di protezione civile (PC) svolta in difesa del Paese, delle sue infrastrutture e della popolazione, ci dobbiamo indirizzare, giocoforza, verso un unico canale strategico di gestione e attuazione, ovvero: l’istituto della Homeland Security.

Ma la futura struttura di PC, dovrà essere parte integrante del contenitore Homeland?

O, piuttosto, sarà proprio la PC a trasformasi, mantenendo la centralità del suo ruolo, in un vero e funzionale Dipartimento Homeland?

Ma cos’è e cosa rappresenta effettivamente questa dottrina?

Ora, senza scomodare il Duca di Wellington, Sir Arthur Wellesley, fondatore del Royal United Service Institution (dal motto “conoscere per agire”), istituzione nata per studiare modelli di prevenzione in ambito security e defence (spionaggio e controspionaggio), una sorta di DHS ante litteram, ebbene quando discutiamo di Homeland Security, parliamo di: prevention, safety, intelligence, security, defense, training, insomma di tutti quei cardini di una stessa porta, progettata come protezione (nei cinque domìni) dei confini di ogni Stato, e garante della sua sicurezza interna.

Parlavamo, qualche riga sopra, di un nuovo sistema di PC al passo con la società del terzo millennio, che imponga una rivisitazione complessiva delle finalità, metodologie e tecnologie dell’organizzazione, dovendo fare i conti con una società che ha raggiunto, ormai, alti livelli di complessità tecnologica (ubiquità informatica) e di integrazione tra settori eterogenei (globalizzazione); dunque, garantirne la sicurezza è diventata, a questo punto, una pressante necessità!

Perciò, non v’è dubbio come l’attuale pandemia ci offra vari spunti di riflessione, sulla validità dei protocolli, e sull’organizzazione della stessa protezione civile, oggi  impegnata in nuove attività operative di biocontenimento (CBRNe capability), all’interno di scenari caratterizzati dalla centralità dei dati e delle informazioni che rappresentano, ormai, il fondamento della governance nella gestione dei rischi da eventi critici.

Abbiamo constatato – ahinoi – come i Coronavirus non investano solamente il settore sanitario (medici, scienziati, etc.), dunque tali pestilenze patogene devono essere oggetto di analisi più puntuali e di tipo multidisciplinare, multisettoriale (medicina, biologia, economia, psicologia, sociale, tecnologie, intelligence, sicurezza, etc.).

Insomma, le pandemie richiedono nuove politiche di governo, ad iniziare dalla sicurezza dei processi critici, passando per la previsione delle emergenze, e finendo agli interventi post-emergenziali; ma tutto ciò richiede nuovi modelli digitalizzati di protezione civile, perché solo la corretta raccolta delle informazioni, unita alle tecnologie e agli strumenti digitali, ci darà quella possibilità operativa sul campo di affrontare eventi di qualsiasi natura, e a qualunque livello di criticità.

Concludendo, diciamocelo francamente: i sistemi ICT della pubblica amministrazione (sanità, sicurezza, PC, difesa, enti locali, ministeri, etc.) furono progettati e realizzati per operare internamente al loro perimetro, con una forte connotazione funzionale stand-alone, piuttosto che nella logica della interrelazione dei dati e/o della circolarità delle informazioni strategiche; e tali inefficienze infrastrutturali, purtroppo, le abbiamo pagate in questa emergenza, ponendo peraltro, seri interrogativi sulla funzionalità dell’attuale sistema di PC operante nell’era dei Big Data.

Credo che, passato il pandemonio da Coronavirus, la protezione civile dovrà essere  sottoposta a un radicale riassetto tecnico e organizzativo.

Siamo fermi al progetto Zamberletti, nato per la prevenzione dei disastri: dopo circa quarant’anni urge un cambiamento che sia, se non epocale, almeno generazionale!

 

Articolo a cura di Giovanni Villarosa

Giovanni Villarosa

Giovanni Villarosa, laureato in scienze della sicurezza e intelligence, senior security manager, con estensione al DM 269/2010, master STE-SDI in sistemi e tecnologie elettroniche per la sicurezza, difesa e intelligence.

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