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Analisi strutturata della minaccia associata al fenomeno dell’active shooting

Nell’ultimo ventennio si sono verificate centinaia di eventi gravi causati da una minaccia incontrollata, incalcolabile, difficilmente affrontabile e che trae le sue origini dal passato, ovvero l’Active Shooting.

Nella maggior parte di questi eventi ad elevata criticità, che da ora definiremo casi di Active Shooting, i cosiddetti offenders hanno causato un elevato numero di vittime e feriti tra la popolazione civile, generalmente colpendo in luoghi di comune aggregazione antropica.

Tali luoghi, privi di particolari presidi di protezione sia attiva che passiva, vengono definiti soft-targets, ovvero siti considerati o non di interesse strategico oppure estremamente vulnerabili nei confronti di minacce agenti dall’esterno; l’efferatezza e la ferocia con le quali si sviluppano questi eventi creano un duplice impatto nel tessuto sociale oggetto dell’azione, generando gravi traumi sia fisici che psicologici.

Un Active Shooter è un individuo attivamente impegnato nell’uccidere o nel tentare di uccidere persone in un’area confinata e popolata; nella maggior parte dei casi, gli Active Shooters fanno uso di armi da fuoco e non si riferiscono ad alcun modello o metodo per la selezione delle loro vittime: questa definizione, data dal Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti d’America (United States’ of America Homeland Security), è la più comunemente usata per definire tale tipologia di eventi, i quali da ora verranno classificati Active Shooting Events (A.S.E.) qualora compiuti da un attore cosiddetto “puro”, oppure Active Shooting/Hostile Events (A.S.H.E.) se riconducibili a quello che definiremmo un attore di natura ideologico-materialista, caratterizzante eventi maggiormente generalizzati e, spesso, di matrice terroristica.

L’attore viene definito in diversi modi e varie sono le controversie inerenti la terminologia esatta da associare a tale individuo: tutte sono accomunate dall’aspetto dell’omicidio plurimo ma trovano differenziazioni interpretative dovute, non tanto al modus operandi utilizzato, ma alla tipologia di arma utilizzata, sia essa convenzionale o non.

Ad esempio, il termine e la definizione rappresentati in precedenza abbinano l’aspetto Shooter alla parola Active, portando involontariamente l’attenzione a un’associazione dalla quale scaturisce l’abbinamento “Shooter = persona munita di arma da fuoco”; per alcuni esponenti della comunità scientifica internazionale questo collegamento è improprio, visto che molteplici eventi comportanti uccisioni plurime perpetrate con modalità analoghe sono riconducili all’impiego di armi bianche o attrezzi da taglio.

Nasce così la terminologia Rapid Mass Murder, che ricollega gli schemi d’azione dell’offender a una più generalizzata terminologia legata alla rapidità dei propri plurimi omicidi; altri specialisti invece, dando maggior enfasi al risultato e alla caratteristica della casualità utilizzata nella perpetrazione dell’evento, si esprimono in termini di Mass Casualty Attacker, indicando quindi un assalitore della massa il quale agisce in modo indiscriminato facendo uso di qualsiasi oggetto (arma propria o impropria che sia).

Tale definizione ingloberebbe, secondo i suoi coniatori, la totalità delle casistiche, dall’impiego di armi da fuoco all’utilizzo di veicoli, coltelli, materiali esplosivi ed incendiari; sebbene queste varianti abbiano una loro rappresentazione in sfumature ed aspetti indubbiamente validi nonché spesso condivisibili, alla fine la definizione maggiormente in voga a livello mondiale rimane quella di Active Shooter.

Iniziamo con il delineare una sostanziale differenza tra l’attore Active Shooter cosiddetto “puro” (A.S.) e quello che per maggior chiarezza definiremo di natura ideologico-materialista (A.S.I.): chi è quindi l’A.S. cosiddetto puro e cosa lo contraddistingue?

L’A.S. puro, nelle sue azioni, non è motivato da sentimenti razziali (xenofobi, omofobi, etc.), materiali, religiosi o politici, uccide le sue vittime in modo non selettivo e totalmente casuale ed è animato tendenzialmente da incipit esterni che, rielaborati dal proprio io, lo hanno portato a uno stato anti-relazionale; il nemico percepito è la società stessa e chi ne fa parte, quindi una sua rappresentazione, deve essere eliminato.

L’A.S. puro cerca la notorietà come forma di autoesaltazione e come ricerca di un riscatto sociale verso chi, dal suo punto di vista, lo ha allontanato creando un diverso; la sua è una forma di vendetta che non ha alcuna volontà di riequilibrare uno status quo, ad esempio di un Paese visto come nemico, come avviene negli A.S.H.E. di matrice terroristica.

L’A.S. puro cresce e si sviluppa nel suo “io”, trovando in se stesso motivazioni spesso derivanti da eventi esterni vissuti come traumi (violenze, abusi, bullismo…) o dalla graduale dissociazione con la realtà che nel tempo lo porta alla derealizzazione e depersonalizzazione (media in genere, mitizzazione della violenza in fumetti o riviste, videogiochi, etc.); inoltre, spesso, comunica con i più disparati mezzi il suo disagio sociale palesando pensieri volti ad aggressive iniziative di riscatto o vendetta.

Gli A.S. puri sono per lo più persone comuni, appartenenti a diverse classi sociali e non criminali recidivi, i quali spesso hanno abusato di medicinali o sostanze stupefacenti; inoltre, sono caratterizzati da un aspetto motivazionale assolutamente vario: il 47% mai determinato in modo chiaro, il 24% a causa di ritorsioni sul posto di lavoro, il 19% per colpa di controversie interiori e un restante 10% in seguito a ritorsioni in ambito scolastico/accademico.

In contrapposizione all’analisi di cui sopra, lo studio degli aspetti motivazionali di un A.S. di natura idelogico-materialista è assai utile per consentire una rapida e immediata comprensione delle differenze che lo contraddistinguono da un A.S. puro:

  • razziali/xenofobi/omofobi: ossia legati alla sua totale avversione verso tutto ciò che è straniero, diverso da come il soggetto lo vede, lo percepisce o lo vuole intendere; egli uccide nel nome di una sorta di “sanificazione” sociale. Il suo obbiettivo è eliminare il problema e, volendo creare una metafora, l’S. di questa tipologia si vede come l’anticorpo di una società corrotta e sofferente perché colpita da un virus (l’A.S. si reputa come la cura e quindi, dal suo punto di vista, un eroe);
  • materiali: il punto nevralgico è senza dubbio la ricerca di un guadagno economico personale, per lo più provento di attività criminali; per questa tipologia di S. un elevato numero di vittime è un danno collaterale non cercato o voluto, ovvero la conseguenza di qualche imprevisto durante l’azione delittuosa;
  • politico-religiosi: l’S. di questo tipo è il più affine all’A.S. puro, poiché caratterizzato da notevoli similitudini relativamente all’aspetto psicologico; l’offender di questa tipologia viene indottrinato, condotto verso la propria deumanizzazione e la morte è per lui un martirio che nella propria mente individua come “la giusta strada”.

Nonostante una moltitudine di aspetti altamente distintivi, le due tipologie di Active Shooters oggetto della presente analisi sono spesso accomunate da caratteristiche e peculiarità simili:

  • gli eventi evolvono rapidamente e il tempo in cui essi agiscono è tendenzialmente assai breve;
  • la loro azione è interamente dinamica e mai statica, ovvero si spostano e non si barricano;
  • maggiore è il numero delle loro vittime, maggiormente il loro ego si espande;
  • essi non cercano ostaggi e la negoziazione non rappresenta un’opportunità;
  • non sono interessati al dialogo, vogliono la notorietà mediatica o sociale e sono pienamente consapevoli che i loro atti saranno comunque ricordati;
  • tutto viene pianificato con largo anticipo e meticolosamente, ovvero nulla solitamente è lasciato al caso;
  • non si fermeranno sino alla conclusione della loro “missione” e non cercheranno la fuga: reagiranno alle forze di polizia solo per continuare a persegure i propri obbiettivi oppure per ricercare la morte per mano degli agenti stessi (suicide by cop);
  • a conclusione della loro azione cercano la morte, vista come il riscatto finale ovvero l’addio glorioso a un mondo che non gli appartiene;
  • cercano soft-targets, ovvero luoghi dove le opportunità di successo possono essere maggiori;
  • sono per lo più imprevedibili (nonostante, in taluni casi, una giusta prevenzione supportata da una comunicazione responsabile possa fare la differenza);
  • scelgono armi che per loro risultano essere di facile reperimento oppure modificate/costruite artigianalmente.

Molti sono gli studi condotti dalle varie Agenzie, nonché disparate sono le riflessioni fatte e le conclusioni tratte per elaborare risposte pienamente efficaci verso i cosiddetti Active Shooting Events.

Dai risultati delle indagini sviluppatesi a seguito di diversi casi, risulta che molteplici e ripetuti furono i segnali d’avvertimento mandati dagli A.S. ad amici, colleghi o altre figure, prima della messa in opera del loro piano; purtroppo però ben pochi gli diedero credito, lasciando in tal modo spazio sia allo sviluppo strategico che di concretizzazione delle loro azioni violente.

Quali possono quindi essere considerati i segnali premonitori che, qualora gestiti nel modo corretto, possono evitare di innescare un A.S.E.?

Durante la sua fase di evoluzione e cambiamento l’A.S. esce sempre maggiormente dal tessuto sociale (rari sono i casi in cui più A.S. hanno collaborato nello stesso evento) e sviluppa sentimenti negativi, i quali da sporadici divengono costanti e continui; si tratta principalmente di rabbia, nervosismo, isolamento e disperazione spesso inaspriti dall’incapacità di affrontare le difficoltà, i fallimenti e le perdite personali o professionali.

Aspetti quali l’ordine e l’igiene diminuiscono sempre maggiormente; il calante rispetto della propria persona lo porta a trascurarsi nell’aspetto fisico ma, di contro, l’aspetto psicologico tende a emanciparsi in uno status di “Super Io”, che ai suoi occhi lo rende superiore verso l’ambiente che lo ha respinto non riuscendo a valorizzarlo.

L’A.S. comunica sempre più di come vorrebbe concretizzare la sua volontà di vendetta; spesso non solo vi è incredulità da parte dei suoi interlocutori, ma in taluni casi sono proprio gli stessi che, inconsapevoli di quanto la situazione sia gravemente reale, lo fomentano alla realizzazione del piano.

L’A.S. ha spesso un interesse inappropriato verso racconti o situazioni dove la violenza, nella sua mente, diviene la paladina degli oppressi e la riequilibratrice dei torti; giochi violenti nonché siti web utili alla costruzione di armi e ordigni sono sempre più di estremo interesse da parte sua.

É chiaro come non vi siano elementi assoluti in queste valutazioni le quali si basano su statistiche inerenti diversi eventi A.S.E., ma è vero altresì che un’appropriata considerazione di questi indicatori di crescente disagio possa rappresentare un’arma di estrema utilità nel campo della prevenzione.

Il sottovalutare e quindi il non reagire a questi indicatori di criticità equivale a permettere un’escalation nella mente dell’A.S., con una conseguente potenziale concretizzazione di A.S.E.

La storia è purtroppo testimone di numerosi eventi in cui persone squilibrate hanno colpito in modo indiscriminato un gran numero di vittime innocenti, e basta eseguire una rapida analisi delle statistiche degli ultimi anni per comprendere quanto si sia evoluta questa forma di conflittualità non convenzionale, ove gli obbiettivi principali non sono più quelli di interesse strategico (i cosiddetti hard-targets), bensì soft-targets caratterizzati dalla pressoché totale assenza di procedure e presidi di protezione passiva, attiva e proattiva.

 

Articolo a cura di Paolo Boffa e Stefano Scaini

Paolo Boffa opera da diversi anni nei settori della Sicurezza e del Soccorso; é specializzato nella gestione e nella risoluzione di eventi infortunistici ad alto impatto emotivo, situazioni ad alto rischio e nel controterrorismo. Istruttore di tecniche e tattiche operative per Forze di Polizia, ha annoverato nel tempo svariate collaborazioni di docenza con Istituti scolastici ed Associazioni.

Stefano Scaini opera professionalmente nei settori Intelligence, Security e Safety dal 1993, fornendo servizi, consulenze e contributi didattici in merito a sicurezza, tecnologie ed applicazioni sia civili che militari; ciò, con particolare riferimento agli aspetti dual use e quanto afferente ai settori Sicurezza, Protezione e Difesa di assets critici. Certificato CBCI con merito ed ammesso al livello AMBCI del Business Continuity Institute, è altresì certificato Professionista della Security di II livello - Security Manager in conformità alla norma UNI 10459:2017. Certificato P.F.S.O., C.S.E., R.S.P.P. e Coordinatore 257/'92, è iscritto al Ruolo dei Periti e degli Esperti presso la CCIAA di Parma nella Categoria X-6) CHIMICA-Esplosivi. Coautore dei volumi dal titolo "Calcoli di dinamica dell'esplosione" (2015) ed “Esplosivi e security” (2010), è Autore e Coautore di numerose e riconosciute pubblicazioni tecnico-scientifiche in campo nazionale ed internazionale. Dal 2005 è Consulente, Supervisore e Formatore presso Safety & Security managements di Società nazionali e Multinazionali, Enti, Associazioni ed Istituti di ricerca e formazione accreditati, nonché docente presso NATO JCBRND COE, MARSEC COE, Nazioni Unite, EUROJUST, la Missione Diplomatica degli Stati Uniti d’America, il Comando Genio dell'Esercito Italiano e la Polizia di Stato italiana. Da allora ha inoltre maturato numerose esperienze in qualità di Docente presso svariati Atenei nazionali ed internazionali, tra cui Franklin University Switzerland, Politecnico di Torino e le Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e “Tor Vergata”. Consulente a disposizione della Presidenza del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana dal 2012, è stato segnalato tra le nominations dei “World Demolition Training Awards 2010” per la didattica specialistica erogata ai Nuclei Artificieri antisabotaggio e Polaria della Polizia di Stato Italiana.

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