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L’impiego di droni nel monitoraggio dell’emergenza sanitaria

“I never looked through a keyhole without finding someone was looking back”
Judy Garland

Il Covid-19 rappresenta un importante dramma umano ma al contempo, purtroppo, un’enorme sfida tecnologica per governi e aziende, impegnate nel ricercare nuove soluzioni per fronteggiare i danni di questa pandemia.

Tra le diverse, possibili tecnologie utili al servizio sanitario per contrastare la nuova emergenza in atto, gli APR (droni) rappresentano un possibile strumento per le attività di prevenzione monitoraggio, che non pone certo limitazioni di carattere tecnologico quanto di principi etici, soprattutto nell’ambito privacy.

Ora: in tempi di Coronavirus, i sistemi droni per controllare gli “sconsiderati” che escono di casa senza apparente motivo esprimono davvero quella discreta tecnologia, vantaggiosa alle istituzioni preposte ai controlli del rispetto dei decreti necessari al contenimento diffusivo del virus?

Il controllo tecnologico da remoto degli abitanti sottoposti a quarantena legale è rappresentato da molteplici soluzioni; basti ricordare, ad esempio, quello che è accaduto nella provincia cinese di Hubei, dove un cittadino da poco rientrato dalla città di Wuhan, peraltro senza comunicarlo alle autorità di polizia sanitaria, ebbene riceveva presso la sua residenza il controllo dell’autorità di polizia, che lo costringeva poi alla quarantena obbligatoria!

Allora, i più si chiederanno: come hanno fatto le autorità cinesi, con matematica certezza, a scovare il distratto concittadino?

La risposta è banale, a dir poco superflua in uno Stato dove il concetto di riservatezza dei dati personali è una faccenda del tutto secondaria; del resto, utilizzando semplicemente una potente miscellanea tecnologica fatta di incrocio e profilazione dati, intelligenza artificiale, videoanalisi, utilizzo di droni e geolocalizzazione, il risultato è certo e inoppugnabile!

Tornando alla nostra nazione: cosa prevede il nostro sistema democratico in fatto di Coronavirus, privacy e protezione dati? Il governo italiano ha previsto, a mezzo DPCM, la possibilità di uscire dalle nostre abitazioni solo nei casi di comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, motivi di salute, rientro presso il proprio domicilio, esclusivamente alle persone non positive ai tamponi e non sottoposte a isolamento sanitario!

Ma il nostro esecutivo si è spinto oltre, derogando di fatto dalle normative in materia di protezione dei dati personali (GDPR) e, tramite l’art. 14 del Decreto 9 marzo 2020, ha sostanzialmente dotato la Protezione Civile di poteri straordinari nel settore della privacy, autorizzando – di fatto – il controllo indiscriminato del singolo cittadino, facendo proprio leva sulle motivazioni emergenziali di sicurezza e salute pubblica.

Disposizione che il governo ha poi esteso anche alle amministrazioni regionali, dotando l’organizzazione di protezione civile, nel suo complesso (Stato/Regione), della capacità di adottare  attività  straordinarie in ambito privacy e trattamento dati.

Attività, come è facile intuire in questo caso, legate all’uso dei sistemi APR; droni della Polizia locale, delle FF.OO, della protezione civile, preposti al controllo delle aree rurali per scongiurare pericolosi assembramenti da picnic; ma anche utilizzati per sorvegliare le città dall’alto, controllando gli spazi urbanizzati, monitorando i fenomeni di assembramento tipici di parchi pubblici e piste ciclabili o dei lungomare.

Tuttavia, l’utilizzo massivo degli ARP quale controllo indiscriminato dei cittadini rischia di creare un pericoloso precedente che mina i principi fondamentali contenuti nel Regolamento europeo sulla protezione e trattamento dei dati personali (GDPR).

D’altronde non si capisce bene perché si debba ricorrere a questa estrema soluzione per controllare semplici assembramenti, peraltro in aree pubbliche già sottoposte al controllo preventivo (sicurezza urbana), quando tutte le amministrazioni comunali dispongono già di potenti sistemi di videosorveglianza dedicati al monitoraggio della città; d’altra parte, basterebbe osservare in real time il territorio direttamente dalle locali sale operative, in maniera tale da attivare poi controlli mirati da parte delle pattuglie in servizio.

Addirittura la Lombardia, dove il contagio è esploso in tutta la sua virulenza, è andata oltre, ricorrendo all’utilizzo di un altro sistema tecnologico ancora più invasivo: la cattura dei dati georeferenziati dei terminali GSM registrati all’interno delle celle telefoniche, informazioni che indicano lo spostamento del cittadino all’interno del territorio comunale. Sebbene si parli di dati trattati in forma aggregata e dunque anonimi, anche qui i dubbi permangono: è stata fatta data retention? E poi, come si può avere la certezza che tutti i device mobili registrati nella singola SRB (stazione radio base) siano realmente residenti in quel quartiere, pur sapendo, tuttavia, che il sistema mobile in una grande città trasferisce da una cella di area all’altra, in maniera automatica e in condizioni di segnale degradato, tutti i dispositivi collegati nello spazio di poche centinaia di metri?

Dunque, a ben vedere, in queste ultime settimane la normativa sul trattamento dei dati personali, in una società ipertecnologica come la nostra, da bastione posto a garanzia della sfera privacy sembra improvvisamente divenuta una fastidiosa seccatura!

E proprio in tal senso si colloca la circolare del 27 marzo del Prefetto Gabrielli, capo della Polizia, dove chiedeva un tavolo urgente con l’ente aeronautico ENAC, soprattutto dopo il via libera dato da quest’ultimo alle operazioni di monitoraggio dei cittadini sui territori comunali, operate delle varie Polizie Municipali, quale risultato delle disposizioni operative; anche perché è proprio in questo scenario, che delinea le aree più colpite come zone rosse e off-limits, che vengono impiegati gli APR; e dunque, oltre l’enfasi e l’effetto mediatico, ci sono altri aspetti molto delicati da gestire: quelli di sicurezza pubblica, di privacy, di sicurezza del traffico aereo.

In ultima analisi, ci domandiamo: perché in questa emergenza l’uso dei sistemi droni è stato considerato esclusivamente nell’ambito della sorveglianza di massa?

Come già detto, un simile e massiccio impiego rappresenta un inutile e invasivo duplicato dei sistemi di videosorveglianza urbana già attivi nei territori; passi pure l’uso in ambienti rurali, certo, ma in ambito cittadino credo siano una costosa e superflua ridondanza.

In Cina, altro esempio, l’uso dei vettori APR non è finalizzato solo al videocontrollo punitivo, ma essi vengono utilizzati per la consegna dei farmaci nelle residenze sottoposte a restrizione sanitaria, dei presidi sanitari di prima necessità, financo per la disinfezione dei luoghi contaminati dai patogeni, o per il monitoraggio ravvicinato delle aree colpite.

O vogliamo parlare di come nel campo della moderna agraria i contadini 4.0 utilizzano i droni come supporto tecnologico nella cd. agricoltura di precisione?

Insomma, a ben guardare l’innovazione tecnologica dovrebbe migliorare la vita degli esseri umani; allora come si spiega che nelle zone rosse non siano stati utilizzati per la logistica di prima necessità, ma impiegati soltanto per un monitoraggio inutilmente invasivo?

Jeff Wilke (Amazon) in occasione della Machine Learning, Automation, Robotics and Space conference dello scorso giugno annunciò l’uso dei droni nel campo della logistica come cosa ormai fatta; dunque è stata persa una grande opportunità, perché mai come in questa emergenza sanitaria sarebbero stati di primario supporto.

Invece, ancora una volta, ci ritroviamo impreparati nella gestione di un’emergenza, nonostante tutti gli annunci sbandierati in questa o quella conference.

Chissà, forse se avessimo testato la maturità operativa dei droni, probabilmente oggi, se ben impiegati, avrebbero potuto contribuire al contenimento dei contagi.
Ma questa è un’altra faccenda!

 

Articolo a cura di Giovanni Villarosa

Giovanni Villarosa

Giovanni Villarosa, laureato in scienze della sicurezza e intelligence, senior security manager, con estensione al DM 269/2010, master STE-SDI in sistemi e tecnologie elettroniche per la sicurezza, difesa e intelligence.

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