La sicurezza arriva sempre dopo. L’importanza di formare già dalla scuola

Il paese in cui viviamo è piuttosto singolare sotto molti punti di vista ed uno di questi è il campo della sicurezza sul lavoro. Questo articolo nasce dopo aver assistito all’ennesimo tragico evento di morte sul luogo di lavoro nel quale hanno perso la vita due operai, e sull’onda della rabbia per aver ascoltato i soliti servizi dei mass media nei quali si riportano statistiche (che peraltro ci parlano di infortuni mortali sul lavoro in drammatico aumento), si rammenta, come sempre, la necessità di leggi e controlli. Assistiamo ad un proliferare di appelli seguiti da considerazioni sempre e solo demagogiche. Le parti politiche, palesano indignazione iniziando il solito deprimente teatrino del “queste cose non devono più succedere”, “Dovranno essere accertate le responsabilità”. Le Istituzioni muovono richiami doverosi ma totalmente inefficaci e, dopo qualche giorno, tutto torna a tacere nell’indifferenza generale.

In sostanza si continua a parlare di sicurezza sul lavoro solo per qualche giorno e sempre “dopo” aver assistito a qualche tragic02o evento, e lo si fa in maniera spesso troppo superficiale.

Citando Jannacci a me verrebbe invece da dire “…beh…ma se me lo dicevi prima!!”. Cosa voglio dire con questo?

Mi piacerebbe che i mass media nazionali potessero dar spazio a trasmissioni culturali, formative ed educative su come fare sicurezza, sui corretti comportamenti anche utilizzando schemi “non convenzionali” (teatro, rappresentazioni, simulazioni…). Mi piacerebbe che parlassero di sicurezza quando le iniziative hanno valenza positiva e non solo quando accadono eventi drammatici. Mi rendo conto che siamo in un’epoca sottomessa all’audience, ma sono un visionario e mi piacerebbe che su questi temi ogni tanto si potesse anche valorizzare l’aspetto culturale e sociale, a prescindere dall’audience.  La crescita culturale di un paese si può misurare anche da questi piccoli particolari.

Le leggi ci sono (anche se non sempre di facile applicabilità), le sanzioni ci sono, in molti casi sono però concepite in maniera incomprensibile, i controlli ci sono ma i controllori sono costretti ad usare gli strumenti operativi che derivano dalle leggi. Nel 2007, con la Legge 123, dopo l’episodio della Thyssenkrupp, si sollecitò l’emanazione di una legge che riordinasse la materia e si potesse finalmente iniziare un percorso nuovo mirando al cuore del problema per trovare soluzioni efficaci e definitive: Il “Testo Unico”, si decise di chiamarlo. Era un’occasione straordinaria per dare una svolta decisiva…ma, ahimè, i risultati stanno dimostrando che al momento si può ritenere un’occasione persa. Gli addetti ai lavori, quelli in prima linea, quelli che tutti i giorni devono barcamenarsi tra mille difficoltà, fra la necessità e la volontà di garantire una sicurezza sostanziale e la necessità di una sicurezza “formale” per non soccombere, sanno esattamente di cosa parlo.

Le statistiche, dicevo, ci dicono che dal lontano 1994 (anno di emanazione del D.Leg.vo 626, antenato del Testo Unico) fino ad oggi, a parte una lieve flessione di qualche anno fa (dovuta presumibilmente anche ad una diminuzione dei luoghi di lavoro a causa della crisi), stiamo assistendo ad un aumento che ci riporta indietro ai livelli di molti anni fa (più di mille infortuni mortali ogni anno). Numeri impressionanti per un paese civile.

E allora dobbiamo abbandonare ogni speranza e rassegnarci ad assistere impotenti a queste “stragi” silenziose e terribili?

Un paio di anni fa, un gruppo di “idealisti visionari” volontari (fra cui il sottoscritto), credendo fortemente che il problema fosse legato alla mancanza di cultura della sicurezza e ad una scarsa consapevolezza dei rischi, diede vita, in provincia di Bologna, ad un progetto pilota sperimentale denominato “La sicurezza sul lavoro parte dai banchi di scuola”.

Il gruppo fu onorato anche di ricevere la medaglia per il valore del progetto da parte della Presidenza della Repubblica, e il patrocinio della Presidenza del Consiglio de Ministri

Il progetto prevedeva, in sostanza, l’inserimento della materia sicurezza (intesa come sicurezza sul lavoro, a casa, a scuola, nel web, nel tempo libero e sulla strada) all’interno dei programmi didattici a partire dalla scuola dell’infanzia, fino all’ultimo anno delle scuole superiori.

A parere di chi scrive, solo insegnare sicurezza partendo dai primi anni della scuola dell’infanzia potrà   far cambiare i numeri spaventosi di infortuni a cui continuiamo ad assistere.

Al progetto aderirono in maniera entusiasta tanti soggetti pubblici con patrocini e collaborazioni e, fra questi, in maniera particolarmente attiva ed efficace, l’Arma dei Carabinieri, l’AUSL, Vigili del Fuoco, la Polizia di Stato, La Protezione Civile, e l’INAIL. Tutti contribuirono all’ottima riuscita del progetto.

Furono formati più di 400 docenti per insegnare sicurezza all’interno delle scuole avvalendosi, anche, degli interventi dei soggetti istituzionali coordinati in rete per ottimizzare le risorse sul territorio. Una gestione di questo tipo consentì di evitare interventi a spot che, pur importanti, non consentono di ottenere risultati generali e uniformi sul territorio.

Il secondo anno il progetto proseguì (seppure fra mille difficoltà), sempre su base volontaria, e vide triplicare le scuole aderenti (circa 200 scuole) e un entusiasmo crescente del personale scolastico.

La giornata finale del progetto fu una manifestazione pubblica che vide coinvolti tutti i soggetti istituzionali, le scuole, le famiglie e la cittadinanza Bolognese, in un grande evento interattivo (con prove, simulazioni da parte di tutti gli Enti Coinvolti) con una forte valenza educativa e didattica. Un grande villaggio tematico dove sicurezza e salute furono i protagonisti assoluti: un evento unico nel suo genere in Italia.

Racconto di questo progetto sia perché sono orgoglioso di aver fatto parte di quel gruppo di idealisti, sia perché credo fortemente che non ci sia altra strada possibile: leggi e controlli sono indispensabili ma senza un humus adeguato non possono essere sufficienti. Quello che serve è una “Cultura della Sicurezza e il luogo preposto a questo scopo non può che essere la scuola.  I ragazzi, se stimolati in maniera adeguata su questi temi, rispondono in maniera straordinaria.

La formazione e l’informazione previste dal decreto sono importanti, fondamentali, ma non bastano: una cosa è formare un adulto, altro è formare un ragazzo. Quando il bambino, il ragazzo e infine l’adulto arriverà su un luogo di lavoro, potrà affinare la propria formazione rispetto al lavoro che andrà a svolgere ma avrà una consapevolezza di fondo che consentirà di cambiare davvero i comportamenti: solo allora ritengo che si potrà assistere ad una riduzione reale degli infortuni e si parlerà di sicurezza sostanziale e non formale….la sicurezza arriverà finalmente…..”Prima”.

 

Articolo a cura di Coalberto Testa

Profilo Autore

Coalberto Testa Ingegnere, è un consulente tecnico che si occupa di sicurezza, impianti e prevenzione incendi per la Pubblica Amministrazione dal 1994. Ricopre il ruolo di RSPP per numerose Istituzioni Scolastiche e Amministrazioni Pubbliche in Emilia Romagna.
Membro del comitato di Tecnico di Prevenzione Incendi dell'Emilia Romagna fino al 2013, dal 1996 svolge attività di docenza in materia di Sicurezza con particolare riferimento alle Istituzioni Scolastiche e agli altri settori della Pubblica Amministrazione.

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